Roma sparita

14 febbraio 2018

Tanti maritozzi per la Quaresima e per la Festa degli innamorati

Durante la QuaresimaRoma sparita, la Chiesa imponeva l'’osservanza di digiuni severissimi in segno di penitenza
E quando la sera si diffondeva per le strade il suono delle campane, che annunciavano l'inizio del periodo quaresimale, tutto il popolo aveva pronto un proverbio: "la campana suona a merluzzo". 
Digiuno per la quaresima
In quei lunghi 40 giorni di quaresima a Roma sparita aumentava il consumo del baccalà, e del pesce.
Per chi se li poteva permettere! 
Tutti si dovevano astenere assolutamente dal consumare carne. 

Dieta dei poveri
Per il popolino la quaresima non era un problema, visto la penuria  di alimenti ricchi e sostanziosi, che non comparivano quasi mai nella sua dieta e della carne, riservata alle grandi occasioni, naturalmente  quella ovina e le viscere dei bovini; a Roma poi si produceva formaggio pecorino, ricotta e latte. 
Accanto al pane La dieta dei poveri era perlopiù fatta di vegetali, come quelli che nascevano spontanei nelle campagne e negli orti addossati alle porte di Roma o nelle tante Ville, e che venivano raccolti dai romani. 
Non dimentichiamo che la cicoria era (ed è) una verdura tipicamente romana e nasce spontanea ai margini di sentieri, campi coltivati, terreni incolti, zone a macerie e ambienti con ruderi,  praterie ma anche in aree abitate dall'uomo. Così si poteva cogliere magari passeggiando a Villa Borghese o ancora durante una gita ai Castelli.

per aggiungere proteine si poteva mangiare una frittata, dei legumi .
Il prezzo del pane poi era calmierato perchè anche questo era la base della dieta dei poveri... 
Non mancava mai un bel bicchiere di vino [...]  dei Castelli...

Proprio a causa della povertà erano periodiche erano le distribuzioni di minestre per i poveri , soprattutto nei mesi invernali e primaverili, quando non si trovava più grano e farina di frumento per masse di “miserabili”   e famiglie di braccianti disoccupati.

Dieta dei ricchi
Invece per i ricchi, i nobili e i cardinali  il digiuno imposto in quaresima era un bella rinuncia! 
Una deroga a questo stretto regime alimentare era concessa solo agli  anziani e ai malati, previo permesso scritto da parte del medico e del parroco, era loro concesso  di mangiare uova,  formaggio e la stessa carne
E così grazie a qualche moneta si riusciva ad aggirare l'ostacolo e spesso a mantenere il regime alimentare solito...
Ci racconta il periodo della quaresima il poeta romanesco G.G.Belli nel sonetto: Er primo giorno de quaresima..
Addio ammascherate e carrettelle, pranzi, cene, marenne e colazione, fiori, sbruffi, confetti e carammelle. 
[Versione. Addio a mascherate e carrozzelle, merende e colazioni, fiori, spruzzi, confetti e caramelle.]

C'era però anche chi era ligio a quanto imponevano i divieti emanati dalle autorità ecclesiastiche: per questi rimanevano soltanto i ceci e il baccalà, per chi, come già detto,  se lo poteva permettere... vista la povertà in cui viveva  il popolo, per il quale era quaresima tutto l'anno. 

I maritozzi  
Un'usanza prettamente romana era il  maritozzo (2), dolce tipico romano, che si usava mangiare in alternativa, proprio in questo periodo, perlopiù a cena. 
E qualcuno era così devoto... da mangiarsene chissà quanti anche durante il giorno..
Almeno così ci riferisce, con la sua arguzia tutta romanesca, Giggi Zanazzo, nei suoi "Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma" .

Simboli dell'amore
Un'altra usanza, che ci può far pensare all' attuale festa degli innamorati era quella di regalare il primo venerdì di marzo il «santo maritozzo» alla propria fidanzata, dalla forma «trenta o quaranta vorte ppiù ggranne de quelli che sse magneno adésso; e dde sopre era tutto guarnito de zucchero a ricami». 
[...trenta o quaranta volte più grande di quelli che si magnano adesso; e di sopra era tutto guarnito di zucchero a ricami]
Roesler F., Prati di castello
Sul maritozzo ci potevano essere disegnati due cuori intrecciati, oppure due mani che si stringono, o un cuore trafitto da una freccia  («dù cori intrecciati, o ddù mane che sse strignéveno; oppuramente un core trapassato da una frezza»). Tutti simboli che si usavano nelle lettere scambiate fra innamorati. 
Dentro al maritozzo, qualche volta, ci si metteva dentro come dono un anello o altro oggetto d'oro. L'origine  del nome e' sicuramente una deformazione del nome marito...
In una canzoncina in uso a Roma sparita si diceva:

«Oggi ch’è ’r primo Vennardì dde Marzo,
Se va a Ssan Pietro a ppija er maritòzzo;
Ché ccé lo pagherà ’r nostro regazzo».
E dde ’sti maritòzzi:
«Er primo è ppe’ li presciolósi;
Er sicónno pe’ li spósi;
Er terzo pe’ l’innamorati;
Er quarto pe’ li disperati».
«Stà zzitto, côre:
Stà zzitto; che tte vojo arigalàne3
Na ciamméllétta e un maritòzzo a ccôre».

[Versione. 
Oggi che è il primo venerdì di Marzo,
si va a San Pietro a prendere il maritozzo
che ce lo pagherà il nostro ragazzo
E di questi maritozzi:
"il primo  è per chi ha fretta
il secondo è per gli sposi, il terzo per gl'innamorati
il quarto per i disperati
stai zitto, cuore
sta zitto che ti voglio regalare
una cimabelletta e un matirozzo fatto a cuore"]
E infatti certi maritòzzi in quel periodo erano fatti a forma di cuore.

Racconta Zanazzo (2)
Così i maritozzi per Zanazzo sono "pani di forma romboidale, composti di farina, olio, zucchero e talvolta canditure o anaci o uve passe. Di questi si fa a Roma gran consumo in quaresima, nel qual tempo di digiuno si veggono pei caffè mangiarne giorno e sera coloro che in pari ore nulla avrebbero mangiato in tutto il resto dell’anno."

Ancora Zanasso riferisce che a Roma sparita i ragazzi e le ragazze insieme alle minenti, cioè  popolane arricchite sempre molto vistose, che ci tenevano moltissimo ad esporre il loro status, andavano tutti a san Pietro ogni venerdì di marzo e con la scusa di sentire la  predica di qualche predicatore quaresimale , facevano conversazione, facevano l'amore e mangiavano proprio i maritozzi
E chi ci  andava acquistava l'indulgenza. Tutti i venerdì anche il papa era lì, accompagnato dai cardinali che lo seguivano due alla volta, poi le guardie nobili, dagli svizzeri e anticamente dalle guardie urbane  (dette capotori).
 Arrivato a san Pietro si inginocchiava a rimaneva a pregare qualche mezz'ora. 

------------
(1) Attualmente questo dolce è costituito da pane morbido preparato con pinoli, uva e scorzetta d'arancia candita e eventualmente tagliato in due, per lungo, lo si completa con panna montata. 
(2) E sono stati immortalati nel 1851 da Adone Finardi, che scrisse in dialetto romanesco un poemetto dal titolo «Li maritozzi che se fanno la Quaresima a Roma». E marittozzi compaiono pure nella famosissimo sonetto di GG Belli " Er padre de li santi" .

5 febbraio 2018

Roma spartita. Benedetto il vino e chi lo ha inventato..


Che nei secoli passati si bevesse molto emerge da varie fonti documentarie e letterarie, che testimoniano inoltre il forte legame tra vino, gioco, taverna e.. amori illeciti, che si riscontravano spesso nella popolazione dei secoli passati.  
E  Roma sparita il vino era un ingrediente fondamentale della dieta seguita dal popolo
Proprio perciò, non a caso, l'imposizione di tasse puntava anche su questi aspetti.
Infatti il consumo del vino è sempre stato una consistente fonte di introito per le casse del papa e  anzi alcuni pontefici sono ricordati proprio per essere intervenuti in questo ambito. 
Il vino era collegato alle osterie e nella Roma ottocentesca le osterie erano l’unico luogo di svago per i popolani dove si beveva vino dei Castelli, intervallando queste attività magari con la classica partita al gioco della passatella, che spesso finiva con duello di coltelli, oppure si incontravano le prostitute che frequentavano quei luoghi.

Tasse sul vino e divieti di bere
Così se parliamo di tasse come non ricordare l'aumento delle tasse sul vino voluto da Urbano VIII intorno al 1640, per provvedere a uno  dei tanti rifacimenti della fontana di Trevi ?
Famoso è anche l'editto di papa Leone XII del 1824, che per motivi di ordine pubblico e di decoro, in prossimità dell'indizione di un anno santo, impose l’obbligo di apporre un cancelletto all’entrata delle osterie.  
Da quel momento si poteva solo acquistare il vino per portarlo via e non consumarlo sul posto. Per protesta però tutti bevevano per le strade e i problemi non erano affatto risolti. Anzi!!
B. Pinelli, Il gioco
della passatella 
(1831).
Del malcontento popolare è testimone anche il poeta romanesco G.G.Belli che scrisse un sonetto infuocato e dedicato proprio a Li cancelletti, di cui si riporta una strofa:
....La sera, armanco, doppo avé ssudato,
s’entrava in zanta pace in d’un buscetto
a bbeve co l’amichi quer goccetto,

e arifiatà lo stommico assetato...
[Versione: ...la sera, almeno, dopo aver sudato, si entrava in santa pace in quel buchetto  (nell'Osteria)a bere con gli amici quel goccetto (di vino), e a ristorare lo stomaco assetato..]
Le osterie erano come detto il luogo d’incontro preferito dei popolani e l’ostilità causata dal provvedimento fu fortissima.
Ne fecero eco anche le pasquinate: «Fior di mughetto, papa Leone è diventato matto, ha chiuso le osterie e allarga il ghetto», che fa riferimento anche a un altro provvedimento preso dal Papa, relativo appunto all’ampliamento dei confini del quartiere ebraico. 
La protesta si calmò solo con il successore papa Pio VIII, che era stato vescovo di Frascati, e che fece smantellare gli odiati cancelletti.
Allora Pasquino cambiò tono e fece trovare questi versi anonimi:
Allor che il sommo Pio
comparve innanzi a Dio
gli domandò: “Che hai fatto?”
Rispose: “Nient’affatto”
 
(cioè  niente di importante e buono) 
Corresser gli angeletti:
“Levò li cancelletti”
Frodi nella mescita del vino
Nelle osterie erano molte le frodi che commettevano gli osti, soprattutto nel mescere il vino allungandolo spesso e volentieri con l'acqua. 
Così alcuni interventi miravano a tenere sotto controllo queste frodi e chi le commetteva.
Con il pretesto di voler evitare truffe ai clienti sulla qualità e quantità del vino servito, nel lontano 1588 Papa Sisto V aveva imposto che il vino fosse servito in brocche di vetro, prodotte esclusivamente dall'ebreo Meier Maggino di Gabriello e sigillate dalla Camera apostolica. 

Si trattava quindi di un doppio guadagno che gravava sia sulla mescita che sul consumoIl provvedimento che si traduceva in un rialzo del prezzo del vino,  che  veniva giustificato  come un freno al consumo e di conseguenza una riduzione delle tante risse
L'utilizzo obbligatorio di questi contenitori avrebbe  tutelato gli avventori  che con le brocche di vetro avevano maggiori garanzie che il vino non fosse annacquato.

Tasse sul consumo
Le altre  tasse che pagavano gli osti dipendevano poi dalla quantità di vino venduto. Un quattrino per una fojetta, cioè mezzo litro. Altre misure erano la mezza fojetta o quartino (1/4 di litro), il chirichetto(1/5 di litro) e il sospiro (1/10 di litro).  Un tubbo equivaleva a un litro e un barzilai a due litri (dal nome del politico che era solito offrire vino in grandi brocche ai suoi elettori).

Le osterie
Le osterie si moltiplicarono tra il XVIII e il XIX secolo. Ma la tradizione di locali dove veniva servito solo vino risale addirittura all'epoca degli antichi Romani. Nate come punti di ristoro lungo i tragitti da e verso la città o nei luoghi di maggiore scambio commerciale, le osterie si attrezzarono presto anche per dare ospitalità ai viandanti che dovevano passare la notte fuori casa, mettendo a disposizione camere da letto in affitto. 
Ma soprattutto erano luoghi dove il vino si mescolava con attività illecite, dal gioco d'azzardo alla prostituzione, in un binomio esplosivo che spesso sfociava in risse violenteA Roma la maggior parte delle osterie si trovava in zona Trastevere: nell'Ottocento se ne contavano quasi 600, frequentate da perditempo, prostitute, riottosi ma anche da giornalisti e letteratiLe Grotte della Rupe Tarpea e Sora Rosa erano famose per gli ospiti: poeti e artisti. Nel menù spiccavano piatti tipici della tradizione popolare, come trippa, gallinaccio, abbacchio e pizza con le alici.
Racconta Zanazzo a proposito del vino
Diverse erano le superstizioni collegate al vino.
Il vino non è come l'olio, che quando si versava o per terra o sulla tovaglia si diceva che  portava disgraziaA Roma sparita il vino invece portava fortuna,  tant'è vero che quando si versava su una tavola da pranzo tutti ci andavano ad intingere le dita, e poi ci si strofinavano la faccia, la fronte, le labbra e si baciavano le dita. 
Quando si andava a bere all'osteria, quel goccetto, che rimaneva e con cui ci si sciaquavano i bicchieri, si buttava sulla tavola e mai per terra. Specialmente da quando il vino costava tanto caro!
Zanazzo, che era figlio di un oste, si chiede con rimpianto dove sono andati quei tempi beati che il vino  si vendeva a un baiocco a fojetta.

Si racconta che quando si entrava in un osteria, e ci si trovava 10, 20, 30 amici che bevevano, ognuno di loro offriva il suo bicchiere per bere. 
Bisognava per forza metterci la bocca, o intingere magari le labbra a tutti trenta e più bicchieri, senza scartane nessuno.
Altrimenti quello che offriva si sarebbe potuto offendere e fare qualche buco..co il coltello al corpetto
Ne erano successi tanti di questi casi! 
E giacche stiamo parlando di vino, Zanazzo  racconta che in nessuna parte del mondo si beve tanto vino come a Roma. 
Zanazzo poi ricorda che  la benedett'anima del padre che faceva l'oste calcolava uno sciupio di vino consistente in una quartarolo al giorno  che si doveva dare per ogni carrettiere che aveva a servizio.
E si doveva vedere che pezzi d'uomini robusti che erano e quanto campavano ... dunque sia sempre benedetto il vino e chi lo ha inventato.

Ad alcuni caporioni di Trastevere ricevuti in udienza dal re Umberto, il Sovrano domandò loro che cosa ci fosse di nuovo in Trastevere. E uno di essi, tale Vincenzo Viscogliosi, macellaio, gli rispose: «Maestà, in Trestevere ciavemo er vino bbóno!».

16 gennaio 2018

Roma sparita. La cura dei denti.

Un altro grave problema a Roma sparita era la cura dei denti. 
Per preservarli da qualunque malanno i rimedi indicati dalle comari, di cui si fidava Giggi Zanazzo, la soluzione era di sciacquarli mattina e sera con il piscio caldo. Si proprio così!!!
Questo liquido serviva anche a mantenerli bianchi e puliti.

Altro elemento che faceva bene ai denti era la polvere del pane abbrustolito, e anche la polvere di carbone, la cenere del sigaro e il bicarbonato in polvere.

Quando facevano male poi perchè erano cariati faceva bene metterci sopra un mozzicone di sigaro, oppure sciacquarsi la bocca con l'acquavite
Un altro rimedio che era considerato una manosanta era questo: si doveva prendere un osso di pesca, metterlo sulla cenere calda a riscardarlo e poi metterlo in bocca dalla parte del dente che doleva, e il dolore si calmava.
Un altro rimedio riguardava quella che si chiamava tignola dei denti, cioè le carie. In questo caso si doveva comprare un pentolino piccolo, e farci bollire un pò di radice di salvia, radice di ortica, e mezza fojetta di aceto buono
frate Orsenigo
Si faceva ridurre questo liquido alla quantità di mezzo bicchiere, e con questo ci si doveva sciacquare i denti e le carie sarebbero sparite...
Frate Orsenigo
In casi gravi, tutti però sapevano che ci si poteva recare all'Isola tiberina accanto alla chiesa di San Bartolomeo. Qui aveva aperto un ambulatorio un frate - dentista, detto cavadenti, che con metodi risoluti cavava i denti senza tanti complimenti.
Si chiama Giovanni Battista Orsenigo, ed era nato a Pusiano (Como) nel 1837, aveva fatto la terza elementare ed era figlio di macellaioAll' ordine si era presentato con 38 libri e 12 ferri per denti. 
Oltre alla gente comune molti personaggi dell' epoca ricorrevano alle sue tenaglie, che in alcuni casi erano il pollice e l'indice. Sfilarono, dal 1868 al 1903, davanti al frate i denti sconquassati di Giolitti, di Crispi, di Ruggero Bonghi, di Carducci quando era ospite dell' editore Angiolino Sommaruga in via Due Macelli. 
Orsenigo poi andò al Quirinale al dolente richiamo della regal bocca della Regina Margherita, a papa Leone XIII senza che se ne accorga, porta via un molare, così pure alla divina cantante Adelina Patti. Quando andò in Vaticano per la piorrea di un Monsignore, Pio IX lo volle conoscere, gli disse che anche lui vorrebbe aver bisogno del suo tocco fatato ma che, peccato!, i denti non ce li aveva più. Orsenigo lavorava praticamente gratis, anche se non disdegnava qualche offerta dai benestanti.
Frate Orsenigo ebbe grande notorietà nella Roma Umbertina di fine Ottocento e la sua fama varcò l’Oceano, al punto da finir segnalato ne “Il Guinness dei primati” in quanto, avendo preso a collezionare i denti che estraeva nell’Ambulatorio dell’Ospedale Fatebenefratelli all’Isola Tiberina, riuscì a metterne assieme oltre due milioni: per l’esattezza, ad una conta effettuata nel 1903, ossia l’anno prima della morte, erano già arrivati a 2.000.744.
Dall'Isola Tiberina  Orsenigo non si mosse mai più, continuando ininterrottamente a cavar denti fino all'anno 1904 che lo colse la morte. Nessuno s'azzardò mai ad assegnargli altri incarichi o ad inviarlo in altre Comunità, in quanto lo si riteneva assolutamente insostituibile in quell'ormai mitico Gabinetto Dentistico datogli accanto alla spalletta di Ponte Quattro Capi.

9 gennaio 2018

Devozione popolare. La Madonna del parto


A Roma nella basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, tutti gli anni , ogni seconda domenica di ottobre, è festa grande: si celebra infatti la Madonna del Parto, venerata nella chiesa dal XIX secolo. 
La devozione è legata a una cinquecentesca statua di Maria con il Bambino Gesù sulle ginocchia, che si ammira all'inizio della navata centrale, a destra della porta principale della chiesa di S. Agostino, nella piazza omonima.
La statua romana di Agrippina
Ma non è stato sempre così!! A Roma sparita infatti questa celebre e veneratissima statua della «Madonna del Parto»  fu per lungo tempo considerata una statua classica, raffigurante «Agrippina che tiene in braccio il piccolo Nerone».
Come è stata possibile un simile errore, riportato anche all'inizio del '900 quando Giggi Zanazzo scrive la sua raccolta di Usi e costumi...?
Poiché la statua venne realizzata in stile classicheggiante, fu ritenuta per lungo tempo un'opera classica, tanto che la leggenda la identificò appunto nella madre di Nerone. E come si sa le leggende sono dure a morire!
Roma,
basilica di Sant''Agostino
Invece si tratta di una magnifica scultura in marmo di Jacopo Tatti (1470-1577), detto il Sansovino, che la eseguì tra gli anni 1516-1521 su commissione degli eredi del mercante Giovanni Francesco Martelli per ornarne la nicchia dell'altare posto sotto il loro patronato. 

La protettrice delle partorienti
Per decisione popolare, fin dagli inizi dell'Ottocento questa «Madonna col Bambino» (titolo originario dell'opera) venne considerata protettrice delle partorienti, tanto da assumere addirittura, sempre per volontà di popolo, la denominazione di Madonna del Parto. Da quel momento, questa statua fu (e continua ad essere) molto venerata dalle donne romane in dolce attesa. 
Va considerato che a Roma sparita, quando una donna doveva partorire si era ben lontani dalle odierne attenzioni mediche al parto e le donne erano sole davanti a tutti gli eventuali problemi che potevano presentarsi. 
Così, come spesso le comari romane consigliavano, ci si rivolgeva alla protezione della Madonna, e all'altra protettrice delle partorienti Sant'Anna, madre della Madonna. 
ex-voto
Venerazione della statua della Madonna in Sant'Agostino
Anche la statua della Madonna del parto, di cui ci stiamo occupando, era oggetto di straordinaria venerazione da parte delle donne romane. Per questo era meta di un pellegrinaggio continuo per pregare la Vergine e chiederne la protezione. E per grazia ricevuta, venivano donati i cosìdetti ex-voto più o meno preziosi, a seconda delle possibilità della richiedente.
Il culto di questa Madonna subì poi un ulteriore incremento. Nel 1822 papa Pio VII (1800-1823), come risulta dalla iscrizione posta nel basamento, concesse un' indulgenza a chi le avesse baciato il piede, che sporge in basso dall'ampio panneggio della Vergine.
E la pia consuetudine ebbe un tale successo che il piede di marmo divenne in breve tempo talmente consunto da rendere necessaria la sostituzione con un piede d'argento. 
G.G.Belli
La Madonna del parto in un sonetto di G.G.Belli  (vedi anche >>)
Proprio a questa statua il poeta romanesco Belli dedica un sonetto a tinte forti. 
Belli che era contrario ad ogni forma di superstizione, e qui denuncia quelli che ritiene cattivi esempi di superstizioni religiose dei suoi tempi. 
Il sonetto è intitolato La madonna tanto miracolosa
In questi versi c'è  la conferma della popolarità del culto di questa Madonna quando il poeta descrive, in rapidi tratti, l'immagine della folla che a forza di spinte e sgomitate si accalca per arrivare a toccare la statua. Ma non solo, la parte forte del sonetto è la denuncia del Belli contro la consuetudine di donare alla Madonna per grazia ricevuta oggetti preziosi.
Un orologio, una catena d'oro, un anello, un brillante, delle perle, altri oggetti di meno valore servivano a ringraziare la Madonna per un parto riuscito, per il concepimento di un figlio tanto atteso, per una malattia superata (etc.).
Belli va giù duro nel giudicare questi usi: i tanti oggetti portati da poveri e da ricchi  alla Madonna  del parto la trasformano addirittura in una... puttana
Si avete capito bene... Queste sono le parole di GG. Belli...

La madonna tanto miracolosa.
Oggi, a fforza de gómmiti e de spinte,
Ho ppotuto accostamme ar butteghino 1
De la Madonna de Sant'Agustino 2,
Cuella ch'Iddio je le dà ttutte vinte.

Tra ddu' spajjère 3 de grazzie 4 dipinte
Se ne sta a ssede 5  co Ggesù bbambino,
Co li su' bbravi orloggi ar borzellino,
E ccatene, e sscioccajje 6, e anelli e ccinte.

De bbrillanti e dde perle, eh ccià 7 l'apparto 8:
Tiè vvezzi, tiè smanijji, e ttiè ccollana:
E dde diademi sce 9 n'ha er terzo e 'r quarto.

Inzomma, accusì rricca e accusì cciana 10,
Cuella povera Vergine der Parto 11
Nun è ppiù una Madonna: è una puttana
.


Roma, 2 febbraio 1833
Note- 1 Far botteghino: far traffico. 2 Chiesa degli Agostiniani. 3 Spalliere. 4 Tavolette votive. 5 Sedere. 6 Lunghi e fragorosi pendenti d’oro da orecchie. Pare che venga dal francese chocailles. 7 Ci ha: ne ha. 8 Appalto. 9 Ce. 10 Vana per ricercatezza di vesti e di fregi. 11 Nome di quella Madonna, che è una statua. 

Versione. La madonna tanto miracolosa.

Oggi, a forza di gomitate e spinte, ho potuto accostarmi al botteghino della Madonna di sant'Agostino, quella a cui Dio le da tutte vinte. Tra due spalliere di tavolette votive dipinte sta seduta con Gesù bambino. Con i suoi bravi orologi nel borzellino, e catene e orecchini pendenti, e anelli e cinte. Di brillanti e di perle ha l'appalto: ha monili di genne, ha braccialetti, ha collane: e di diademi ne ha tre o quattro. Insomma è così ricca e volgare, quella povera Vergine del Parto che non è più una Madonna: è una puttana.

26 dicembre 2017

Roma sparita. Il presepe all'Aracoeli


Il Bambinello
A Roma sparita ogni Natale a mezzanotte era consuetudine recarsi nella chiesa di Santa Maria dell'Ara Coeli, adiacente al Campidoglio, per vedere quello che era considerato il presepe più bello di Roma*.
Questa antica tradizione era particolarmente sentita dal popolo romano. Tant'è che la gente per andare ad ammirarlo faceva letteralmente a pugni..dimenticandosi il valore religioso della visita. (leggi anche qui)
In mezzo al presepe giganteggiava la statuetta di Gesù bambino, da secoli veneratissima dal popolo di Roma sparita, perchè considerata miracolosa
Proprio davanti al presepe era allestito una specie di palco, dove ci salivano i bambini per recitare il sermoncino al miracoloso Bambinello: cioè una poesiola sul Natale che a Roma sparita era la festa soprattutto per tutti i bambini!

Vicissitudini della statuina miracolosa
La statuina misurava 60 centimetri e da sempre era custodita nella cappella sinistra dell' altare maggiore della chiesa e risaliva al '400. 
Secondo la leggenda sarebbe stata scolpita nel legno di un olivo dell'orto del Getsemani, in Terrasanta da un francescano,
che, timoroso di rovinarla con una colorazione imprecisa, una sera, prima di addormentarsi, aveva pregato Gesù di ispirarlo, e al risveglio trovò la statuetta prodigiosamente dipinta. 
Il frate decise di portare in Italia la miracolosa statuina che però, durante il viaggio in nave a causa della tempesta, cadde in mare. Il francescano, disperato, la ritrovò sulla riva della spiaggia di Livorno nello scrigno in cui l’aveva deposta per il trasporto.
La portò nel convento sull' Aracoeli, dove divenne oggetto di un particolare culto, ritenuta miracolosa, fino a far resuscitare i morti e guarire i malati più gravi
La statuina, tenuta avvolta in un tessuto dorato, stretto stretto come si faceva un tempo per i neonati, era (ed è) ricoperta di ex voto e doni preziosi per le innumerevoli grazie concesse. 

Nel 1736 il padre Casimiro da Roma, autore delle Memorie della Chiesa d'Aracoli,  scriveva che il Santo Bambino appariva "arricchito di smeraldi, zaffiri, topazi, ametiste, diamanti e altri preziosi ornamenti, fra i quali è considerabile un alamaro di cinque pezzi, ornato con 162 diamanti legati in argento del valore di 580 scudi". Nel 1797, quando la basilica fu ridotta a una stalla, i francesi rubarono tutto. Ma forse la statuina originale non c'era già più...
La sparizione della statuina
Si racconta infatti che il due febbraio del 1797 il Bambinello sparì

Il furto si attribuì a una donna, che desiderava ardentemente tenerlo presso di sè e così fece sostituire la statuina con una copia perfetta. La leggenda non finisce qui... a mezzanotte dello stesso giorno, le campane dell’Aracoeli si misero a suonare e alle porte del convento i francescani trovarono il vero Santo Bambino. La statuina riprese il suo posto, mentre la copia fu spaccata in due parti.
Però ma secondo una tradizione degli abitanti di Cori, il cardinale Scipione Borghese nel 1798, proprio per evitare che la statuina fosse rubata o distrutta dai giacobini, la donò alla chiesa di San Giovanni in Giulianello; e qui si trova ancora, veneratissima, e si pensa sia l' originale, senza i numerosi preziosi che la decoravano.
A Roma nella chiesa all' Aracoeli ci sarebbe quindi una copia. E nel 1994 anche questa copia sarebbe stata rubata e sostituita con una nuova statuetta del Santo Bambino, comunque venerata dai fedeli che lasciano qui nuovi ex-voto.
Il Bambinello insieme alla Lupa era quindi uno dei simboli di Roma sparita e fin dai tempi antichi gli erano attribuiti poteri miracolosi di vita e di morte....

Il culto del Bambinello oggi
Dal '700 ad oggi nella chiesa dell' Aracoeli il Santo Bambino si è coperto di gioie ed ex voto, e la venerazione nei suoi confronti da parte dei romani non è mai venuta meno e le offerte preziose sono lì come riconoscimento delle grazie ricevute. E' possibile vedere accatastate , accanto alla statua del Bambinello, 
moltissime  buste provenienti dall' Italia e dall' estero. Anche oggi i bambini continuano questa antica tradizione romana legata all' immagine della statuetta miracolosa tant'è  che le inviano lettere con la semplice scritta: "al Bambin Gesu', Roma".
Si racconta anche che le sue labbra diventassero rosse quando stava per essere concessa una grazia e pallide quando non ci fosse più speranza...
O. Acherbach (1827-1905)
processione epifania Aracoeli  
Nell' Ottocento veniva portato agli infermi in una sontuosa carrozza fornita dai Torlonia. 
La processione
Il presepe nella Chiesa d'Aracoeli durava fino al 6 gennaio, giorno della Befana. 
Proprio in questo giorno, secondo un' antica tradizione, si faceva una processione e il ministro generale dell' Ordine francescano benediceva urbi et orbi la citta' e il popolo di Roma che si accalcava scalinata della chiesa dell'Ara coeli  alzando  al cielo l'amato Bambinello.
Così si festeggiava il Natale a Roma sparita. 
------------------

*La stessa tradizione si è tramandata fino ad oggi. 

20 dicembre 2017

Roma sparita - La cena della vigilia di Natale, il cottio.

La cena del 24 dicembre, la vigilia di Natale, a Roma sparita era un momento importante che vedeva riunita tutta la famiglia per il tradizionale cenone di magro.
Si iniziava con un antipasto di olive, anguille, pescetti marinati e brodo di pesce; seguiva la pastasciutta al sugo di tonno, quindi il baccalà in umido con pinoli e zibibbo, accompagnato da broccoli e mele renette fritti in pastella.Era il cenone di magro della vigilia di Natale. E la parola stessa evoca qualcosa di importante: l'occasione per tutti (o quasi...) di sedersi a tavola e mangiare tanto e...bene. E anche il popolino, che a Roma sparita campava con pane e vino, per la festa riusciva a concedeva qualche pietanza più sfiziosa, seppur sempre appartenente alla cucina povera ...Nelle case, dopo la cena, erano di rigore la tombola, e altri semplici giochi e  il "sermone", la poesiola natalizia recitata dai bambini davanti al presepe. Poi si andava tutti insieme alla messa di mezzanotte e particolarmente solenne era quella che si svolgeva nella basilica di Santa Maria Maggiore. 

Le tavole dei ricchi. Ben diverse erano le tavole dei potenti cardinali, dei monsignori, dei ricchi aristocratici! Dove non poteva mancare il pesce fresco (carissimo anche nelle epoche passate e quindi destinato solo ed esclusivamente alle tavole dei ricchi) e altri cibi prelibati e tipici ...
Ce le descrive il poeta Giuseppe Gioachino Belli nel famoso sonetto :La viggija de Natale.
Leggendo questi versi, in cui la satira è feroce verso l'opulenza, verso i costosi e prelibati cibi, spesso ricevuti in dono, rispetto alla modestia dei cibi dei poveri, ci possiamo fare anche un'idea dei prodotti, andando indietro nel tempo, che non potevano mancare sulle tavole dei privilegiati
Non si facevano mancare nulla: il torrone, il caviale, il "porco", il "pollastro", il "cappone", un buon "fiasco de vino padronale", il "gallinaccio", l'abbacchio, l'"oliva dorce", il pesce "de Fojjano", l' "ojjo", il "tonno", e l'"anguilla de Comacchio"...(vedi sonetto n. 515).
Al mercato del pesce. Il mercato del pesce a Roma sparita era particolarmente affollato la vigilia di Natale, poichè la tradizione, ieri e oggi, stabilisce che la cena di Natale sia di magro, cioè a base di pesce e di verdure. 
venditori di pesce
al portico d'Ottavia
(Ettore Roesler Franz)


E proprio per la cena di vigilia, la vendita all'ingrosso del pesce (il "cottio", dal latino medioevale "coctigium") iniziava l'antivigilia, il 23 dicembre, nelle primissime ore del  mattino e si svolgeva in forma di asta secondo modalità tradizionali per tutto il 24 dicembre. 
E il cottio, cioè l'asta del pesce, era uno spettacolo vero e proprio!! Coloratissimo, rumoroso, pieno di gente, romani, forestieri, popolani,  signori e signore fra i banchi che esponevano pesce di tutti i tipi. 

Caratteristici anche i termini in gergo utilizzati, in quanto comprensibili solo ai "cottiatori" e agli acquirenti , che erano venditori al minuto, gestori di trattorie, cuochi di nobili famiglie romane. (vedi video)
Curiosando nei testi di Giggi Zanazzo. Dal XII secolo fino agli inizi dell'Ottocento, il luogo per la vendita del pesce a Roma era il Portico d'Ottavia, nei pressi della chiesa di Sant'Angelo in Pescheria, al ghetto.
S. Prout,
La pescheria 
al Portico d'Ottavia, 
1824 ca
Ad inizio '800 si vendeva pesce, oltre che al Portico d'Ottavia, in piazza del Pantheon, in via del Panico, al Corso. L'opinione pubblica cominciava tuttavia a ritenere poco compatibile la salvaguardia dei monumenti più illustri con la presenza dei banchi di vendita. 
Proprio per tutelare il decoro del Pantheon, Pio VII (1800-1823) fece costruire in via delle Coppelle una nuova pescheria (la concessione per la costruzione è del 1821) vietando nel contempo che si vendesse pesce altrove, se non al Portico d'Ottavia e nelle due piazze de' Monti e di Scossacavalli (quest'ultima scomparsa a seguito delle demolizioni per l'apertura di via della Conciliazione).

Mercato a 
piazza del Pantheon
Dopo l'unità d'Italia fu deciso di spostare il mercato del pesce dal Portico d'Ottavia a piazza S. Teodoro. Il pesce veniva portato in città attraverso porta S. Paolo e porta Portese e la nuova ubicazione del mercato consentiva di evitare che la merce dovesse attraversare la città.
Il nuovo mercato (progetto e direzione dei lavori di Gioachino Erzoch) era dotato di botteghe per la vendita, di pulpiti per i banditori, di una strada per il passaggio dei carri e di illuminazione notturna, oltre che di un sistema di innaffiamento teso a migliorare le condizioni igienico sanitarie. 

Roma sparita,
 il cottìo
Il Cottio. Il “Cottio” si svolse a San Teodoro fino al 1927, quando fu trasferito ai mercati generali sulla via Ostiense.
Nella notte tra il 23 ed il 24, intorno alla mezzanotte si aprivano i cancelli dei mercati generali: anche i privati cittadini avevano facoltà di accedere al mercato dove si potevano gustare, a titolo assolutamente gratuito, “cartocciate” di pesce fritto (pesciolini, pescioloni, magari non di qualità estremamente pregiata ma … pur sempre pesce fresco), offerte dai grossisti. Buon appetito !!!!