Roma sparita

17 febbraio 2017

Il carnevale a Roma sparita ovvero quando la trasgressione era consentita...


The Roman Carnival
 Wilhelm Wider 
(Stepenitz 1818 - Berlin 1884)
A Roma sparita, il popolo, i nobili, il clero aspettavano tutti il Carnevale perchè: «Semel in anno licet insanire».(=una volta all'anno è lecito impazzire)
E così per alcuni giorni la Chiesa consentiva di trasgredire le rigide norme di ordine pubblico, anche se le macchine di tortura, la «corda» e il «cavalletto» erano ben esposte come monito a non esagerare.  

Balli, feste, travestimenti  e soprattutto competizioni.  Nonostante i bandi e gli avvisi papali che cercavano di   regolamentare il carnevale, migliaia di persone di tutte le  estrazioni sociali si riversavano in piazza con una grande voglia di trasgressione e ..per dare vita ad uno spettacolo improvvisato. 
Ricchi, poveri, ecclesiastici, con maschere stravaganti si mischiavano nella folla, dimenticando ogni gerarchia sociale. In questi giorni si prendeva gioco di tutto e tutti, anche delle autorità pontificie e non solo! 
tortura del cavalletto
Tutto era concesso, un intervallo dai pesanti schemi che la vita quotidiana dell'epoca imponeva. 
Insomma per otto giorni era sconvolto ogni ordine sociale e religioso.

I luoghi del Carnevale a Roma.
Dopo il periodo Medioevale, il Carnevale a Roma fu riportato in auge alla fine del Quattrocento dal gaudente papa veneziano Paolo II Barbo (1417-1471), e in quegli anni lo sfarzo dato ai festeggiamenti romani superava persino quelli veneziani. 
Dopo il trasferimento della residenza pontificia a Palazzo Venezia avvenuta con questo papa, la maggior parte dei festeggiamenti carnascialeschi si concentrano nel centro storico ed in particolare nella Via Lata (attuale Via del Corso). 
Lo scenario principale ruotava intorno a questa via e alle strade circostanti. 
E così per chi se lo poteva permettere, c'era la possibilità di affittare lochi, cioè posti a sedere, proprio lungo via del Corso e di partecipare alla festa andando in giro con le carrozze. 
La Commedia dell’arte, le sfilate in maschera, i Giochi Agonali, i carri allegorici, i tornei e le giostre, le attesissime corse dei cavalli berberi e la finale festa dei moccoletti coinvolgevano tutta la popolazione, richiamando viandanti e curiosi da mezzo mondo.

La mossa dei barberi,
dipinto di G.F.Perry, 1827
Il carnevale si apriva con un corteo ufficiale delle autorità e delle maschere che sfilavano lungo l'antica via Lata,  attuale via del Corso, dove si alternavano teatrini improvvisati e maschere tradizionali, ispirate anche alla vita quotidiana.

La corsa dei cavalli berberi
Molto apprezzata da romani e forestieri era la famosa “corsa dei barberi”
I berberi erano cavalli dalla corporatura bassa e robusta che venivano lanciati senza fantino da Piazza del Popolo fino a Piazza Venezia (per fermare la corsa dei cavalli veniva steso un telone). Il proprietario del cavallo che arrivava primo riceveva una somma di denaro e un broccato d’oro con cui si ricopriva il dorso del cavallo.  
Proprio il nome di via del Corso deriva  da questi festeggiamenti.
La fine del Carnevale e i moccolletti.
A partire dal '700, il carnevale a Roma sparita finiva sempre con la battaglia dei “moccoletti”
Il  popolo invadeva strade  e piazze tenendo in mano un moccolo (=candela) racchiuso in paralume di carta.  
Il gioco consisteva nel cercare di spegnere il moccolo altrui. Poveretto chi rimaneva con il  moccolo spento!! Era infatti sottoposto ad ingiurie di ogni tipo, a cui non poteva reagire e spesso i festeggiamenti finivano in rissa. 
 E il mercoledì delle ceneri spesso affollavano le chiese persone ubriache e malconce.

Fine del rito 
Il rito liberatorio del Carnevale si prolungò anche in epoca postunitaria, sotto la protezione della Regina Margherita, con splendide sfilate in costume e nuove, divertenti maschere come quella del Generale Mannaggia La Rocca.
Tuttavia, Roma capitale era divenuta una città sovraffollata, e i problemi di ordine pubblico cominciavano a emergere. 
La prima a risentirne fu la corsa dei Berberi. Quando nel 1874 tredici persone furono travolte e due uomini uccisi dai cavalli, sotto gli occhi delle Loro Maestà, la giunta Venturi decretò la fine della corsa, e con essa del Carnevale romano. 
Come scriveva Trilussa, «Leva il tarappatà, leva la gente, leva le corse... e la baldoria è morta, er Carnevale s’ariduce a gnente».


Curiosando nei testi di Giggi Zanazzo. 
Si racconta un'antica tradizione romana che voleva che il primo giorno di carnevale il capo rabbino del ghetto andasse a riverire il Senatore, cioè il più alto rappresentante delle istituzioni comunali a Roma (carica soppresso nel 1870), e s'inchinasse davanti a lui con la testa per terra.
Allora il Senatore  metteva un piede sulla testa del rabbino, oppure lo mandava via con un calcio nel sedere come  benvenuto.
Con il tempo questa usanza meschina e umiliante imposta agli ebrei andò sparendo, e in cambio gli ebrei furono obbligati a pagare tutti i palii, cioè i drappi che si davano in premio al vincitore della corsa dei cavalli berberi, che si faceva appunto negli otto giorni di carnevale.
moccoletti al Corso,
Ippolito Caffi, 1850 c.
Sempre  Zanasso riferisce anche alcuni particolari del commercio ambulante che avveniva nelle strade, nei vicoli, nelle piazze di Roma durante il carnevale. 
Si  scherzava per le strade con lanci di coriandoli, di «mazzettacci» (bouquet di povero verdurame), e di «confettacci», pastiglie di gesso colorato. 
E il venditore di questi ultimi, il confettacciaro così gridava per commercializzare la sua merce:
Confetti, conféee! Chi vvô’ li confèttii? 

Sempre per le strade di Roma sparita risuonavano le grida di chi affittava sedie o luoghi adatti a godersi lo spettacolo: Chi vô llòchi?

Infine l'ultimo giorno di Carnevale, i venditori di móccoli promuovevano la loro preziosa merce dicendo: È acceso er moccolo!

13 febbraio 2017

Maritozzi a gogò per la quaresima e per la festa degli innamorati

Durante la Quaresima a Roma sparita, la Chiesa imponeva l'’osservanza di digiuni severissimi in segno di penitenza
E quando la sera si diffondeva per Roma sparita il suono delle campane che annunciavano l'inizio del periodo quaresimale, tutto il popolo aveva pronto un simpatico proverbio: "la campana suona a merluzzo". 
In quei lunghi 40 giorni a Roma sparita aumentava il consumo del baccalà, perchè ci si doveva astenere assolutamente dal consumare carne. Le uova, il formaggio e la stessa carne erano consentiti soltanto per anziani e malati, previo permesso scritto da parte del medico e del parroco. Tuttavia grazie a qualche monetina si riusciva ad aggirare l'ostacolo..
E così per chi era ligio a quanto imponevano i tanti divieti emanati dalle autorità ecclesiastiche rimanevano soltanto i ceci e il baccalà..
Per chi se li poteva permettere... vista la povertà in cui viveva la maggior parte della popolo, per il quale era quaresima tutto l'anno. 
Non solo. Per cena si usava mangiare ... un maritozzo (2), dolce tipico romano.  
E qualcuno era così devoto... da mangiarsene chissà quanti al giorno..

Così  riferisce, con la sua arguzia tutta romanesca,  Giggi Zanazzo, nei suoi "Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma" .

Come la festa  di S. Valentino ...
Un'altra usanza, che ci può far pensare alla attuale festa degli innamorati era quella di regalare il primo venerdì di marzo il «santo maritozzo» alla propria fidanzata, dalla forma «trenta o quaranta vorte ppiù ggranne de quelli che sse magneno adésso; e dde sopre era tutto guarnito de zucchero a ricami». 

SIMBOLI DELL'AMORE. Sul maritozzo ci potevano essere disegnati due cuori intrecciati, oppure due mani che si stringono, o un cuore trafitto da una freccia  («dù cori intrecciati, o ddù mane che sse strignéveno; oppuramente un core trapassato da una frezza»). Tutti simboli che si usavano nelle lettere scambiate fra innamorati. 
Dentro al maritozzo, qualche volta, ci si metteva dentro come dono un anello o altro oggetto d'oro. L'origine  del nome e' sicuramente una deformazione del nome marito...
In una canzoncina in uso a Roma sparita si diceva:

Minenti
«Oggi ch’è ’r primo Vennardì dde Marzo,
Se va a Ssan Pietro a ppija er maritòzzo;
Ché ccé lo pagherà ’r nostro regazzo».
E dde ’sti maritòzzi:
«Er primo è ppe’ li presciolósi;
Er sicónno pe’ li spósi;
Er terzo pe’ l’innamorati;
Er quarto pe’ li disperati».
«Stà zzitto, côre:
Stà zzitto; che tte vojo arigalàne3
Na ciamméllétta e un maritòzzo a ccôre».

[Traduzione 
Oggi che è il primo venerdì di Marzo,
si va a San Pietro a prendere il maritozzo
che ce lo pagherà il nostro ragazzo
E di questi maritozzi:
"il primo  è per chi ha fretta
il secondo è per gli sposi, il terzo per gl'innamorati
il quarto per i disperati
stai zitto, cuore
sta zitto che ti voglio regalare
una cimabelletta e un matirozzo fatto a cuore"]

E infatti certi maritòzzi in quel periodo erano fatti a forma di cuore.

Zanasso così definisce i Maritozzi: "pani di forma romboidale, composti di farina, olio, zucchero e talvolta canditure o anaci o uve passe. Di questi si fa a Roma gran consumo in quaresima, nel qual tempo di digiuno si veggono pei caffè mangiarne giorno e sera coloro che in pari ore nulla avrebbero mangiato in tutto il resto dell’anno."

Sono stati immortalati nel 1851 da Adone Finardi, che scrisse in dialetto romanesco un poemetto dal titolo «Li maritozzi che se fanno la Quaresima a Roma». 
marittozzi compaiono pure nella famosissimo sonetto di GG Belli " Er padre de li santi" .

Dice ancora Zanasso che a Roma sparita i ragazzi e le ragazze insieme alle minenti, cioè  popolane arricchite sempre molto vistose, che ci tenevano moltissimo ad esporre il loro status, andavano tutti a san Pietro ogni venerdì di marzo e con la scusa di sentire la  predica di qualche predicatore quaresimale , facevano conversazione, facevano l'amore e mangiavano proprio i maritozzi
E chi ci  andava acquistava l'indulgenza.Tutti i venerdì anche il papa era lì,  accompagnato dai cardinali che lo seguivano due alla volta, poi le guardie nobili, dagli svizzeri e anticamente dalle guardie urbane  (dette capotori). Arrivato a san Pietro si inginocchiava a rimaneva a pregare qualche mezz'ora. 

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(1) Attualmente questo dolce è costituito da pane morbido preparato con pinoli, uva e scorzetta d'arancia candita e eventualmente tagliato in due, per lungo, lo si completa con panna montata. 

28 gennaio 2017

Leggenda sul nome del papa. Dopo l'elezione va cambiato altrimenti porta male....


Un'altra leggenda di Roma sparita  riguardava il papa appena eletto: se costui non avesse cambiato il suo nome di battesimo si credeva che avrebbe potuto morire poco dopo la sua elezione..
Giggi Zanazzo e il nome del papa.
A Roma sparita circolava la storia di quei pontefici, che non si erano voluti cambiare il nome di battesimo, e di lì a pochi giorni dall'incoronazione erano andati a far terra per i ceci (...ito a ffa’ terra pe’ cceci...), cioè erano andati sottoterra.
Non era stato sempre così...La decisione di cambiare il nome di battesimo,  viene attribuita a un papa lontanissimo nel tempo. 
Poichè si chiamava Mercurio, nome di un dio pagano, decise di cambiarsi il nome e così quando fu eletto, nel 533, scelse di chiamarsi Giovanni II.
Il secondo papa che cambiò nome dopo l’elezione, il cosìdetto Nome pontificale, fu Ottaviano dei conti di Tuscolo che nel 956, succeduto a soli 18 anni ad Agapito II, si fece chiamare Giovanni XII.
(E fu un papa che nè combinò di tutti i colori...)
Pinturicchio (1503-1508) 
Incoronazione Pio III, Siena  
Dopo di lui tutti i successori presero l'abitudine di cambiar il loro nome. 

Il papa che non cambiò il suo nome morì presto...
Fino ad arrivare a Marcello Servio, papa con un importante... curriculum, che per dare un segnale di continuità con quanto aveva fatto da cardinale, eletto papa il 9 aprile del 1555 volle continuare a chiamarsi Marcello II.
Non cambio quindi il suo nome...
E tutte le attese originate dalla sua sensibilità religiosa, dalle sue straordinarie qualità morali e intellettuali restarono deluse: il precario stato di salute di Marcello II, fu subito compromesso dall'attivismo dimostrato e dall'assidua frequentazione delle pratiche devozionali della settimana santa.
Un grave peggioramento si ebbe già nella terza settimana di pontificato e morì improvvisamente la notte fra il 30 aprile e il 1° maggio 1555. 
Poveretto !! Erano passati solo 21 giorni dall'elezione al pontificato... 
Questo episodio fu così preso a dimostrazione della validità della leggenda popolare sul nome del papa...

18 gennaio 2017

Roma sparita. Devozione popolare. La Madonna del parto


A Roma nella basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, tutti gli anni , ogni seconda domenica di ottobre, è festa grande: si celebra infatti la Madonna del Parto, venerata nella chiesa dal XIX secolo. 
La devozione è legata a una cinquecentesca statua di Maria con il Bambino Gesù sulle ginocchia, che si ammira all'inizio della navata centrale, a destra della porta principale della chiesa di S. Agostino, nella piazza omonima.
La statua romana di Agrippina
Ma non è stato sempre così!! A Roma sparita infatti questa celebre e veneratissima statua della «Madonna del Parto»  fu per lungo tempo considerata una statua classica, raffigurante «Agrippina che tiene in braccio il piccolo Nerone».
Come è stata possibile un simile errore, riportato anche all'inizio del '900 quando Giggi Zanazzo scrive la sua raccolta di Usi e costumi...?
Poiché la statua venne realizzata in stile classicheggiante, fu ritenuta per lungo tempo un'opera classica, tanto che la leggenda la identificò appunto nella madre di Nerone. E come si sa le leggende sono dure a morire!
Roma,
basilica di Sant''Agostino
Invece si tratta di una magnifica scultura in marmo di Jacopo Tatti (1470-1577), detto il Sansovino, che la eseguì tra gli anni 1516-1521 su commissione degli eredi del mercante Giovanni Francesco Martelli per ornarne la nicchia dell'altare posto sotto il loro patronato. 

La protettrice delle partorienti
Per decisione popolare, fin dagli inizi dell'Ottocento questa «Madonna col Bambino» (titolo originario dell'opera) venne considerata protettrice delle partorienti, tanto da assumere addirittura, sempre per volontà di popolo, la denominazione di Madonna del Parto. Da quel momento, questa statua fu (e continua ad essere) molto venerata dalle donne romane in dolce attesa. 
Va considerato che a Roma sparita, quando una donna doveva partorire si era ben lontani dalle odierne attenzioni mediche al parto e le donne erano sole davanti a tutti gli eventuali problemi che potevano presentarsi. 
Così, come spesso le comari romane consigliavano, ci si rivolgeva alla protezione della Madonna, e all'altra protettrice delle partorienti Sant'Anna, madre della Madonna. 
ex-voto
Venerazione della statua della Madonna in Sant'Agostino
Anche la statua della Madonna del parto, di cui ci stiamo occupando, era oggetto di straordinaria venerazione da parte delle donne romane. Per questo era meta di un pellegrinaggio continuo per pregare la Vergine e chiederne la protezione. E per grazia ricevuta, venivano donati i cosìdetti ex-voto più o meno preziosi, a seconda delle possibilità della richiedente.
Il culto di questa Madonna subì poi un ulteriore incremento. Nel 1822 papa Pio VII (1800-1823), come risulta dalla iscrizione posta nel basamento, concesse un' indulgenza a chi le avesse baciato il piede, che sporge in basso dall'ampio panneggio della Vergine.
E la pia consuetudine ebbe un tale successo che il piede di marmo divenne in breve tempo talmente consunto da rendere necessaria la sostituzione con un piede d'argento. 
G.G.Belli
La Madonna del parto in un sonetto di G.G.Belli  (vedi anche >>)
Proprio a questa statua il poeta romanesco Belli dedica un sonetto a tinte forti. 
Belli che era contrario ad ogni forma di superstizione, e qui denuncia quelli che ritiene cattivi esempi di superstizioni religiose dei suoi tempi. 
Il sonetto è intitolato La madonna tanto miracolosa
In questi versi c'è  la conferma della popolarità del culto di questa Madonna quando il poeta descrive, in rapidi tratti, l'immagine della folla che a forza di spinte e sgomitate si accalca per arrivare a toccare la statua. Ma non solo, la parte forte del sonetto è la denuncia del Belli contro la consuetudine di donare alla Madonna per grazia ricevuta oggetti preziosi.
Un orologio, una catena d'oro, un anello, un brillante, delle perle, altri oggetti di meno valore servivano a ringraziare la Madonna per un parto riuscito, per il concepimento di un figlio tanto atteso, per una malattia superata (etc.).
Belli va giù duro nel giudicare questi usi: i tanti oggetti portati da poveri e da ricchi  alla Madonna  del parto la trasformano addirittura in una... puttana
Si avete capito bene... Queste sono le parole di GG. Belli...

La madonna tanto miracolosa.
Oggi, a fforza de gómmiti e de spinte,
Ho ppotuto accostamme ar butteghino 1
De la Madonna de Sant'Agustino 2,
Cuella ch'Iddio je le dà ttutte vinte.

Tra ddu' spajjère 3 de grazzie 4 dipinte
Se ne sta a ssede 5  co Ggesù bbambino,
Co li su' bbravi orloggi ar borzellino,
E ccatene, e sscioccajje 6, e anelli e ccinte.

De bbrillanti e dde perle, eh ccià 7 l'apparto 8:
Tiè vvezzi, tiè smanijji, e ttiè ccollana:
E dde diademi sce 9 n'ha er terzo e 'r quarto.

Inzomma, accusì rricca e accusì cciana 10,
Cuella povera Vergine der Parto 11
Nun è ppiù una Madonna: è una puttana
.


Roma, 2 febbraio 1833
Note- 1 Far botteghino: far traffico. 2 Chiesa degli Agostiniani. 3 Spalliere. 4 Tavolette votive. 5 Sedere. 6 Lunghi e fragorosi pendenti d’oro da orecchie. Pare che venga dal francese chocailles. 7 Ci ha: ne ha. 8 Appalto. 9 Ce. 10 Vana per ricercatezza di vesti e di fregi. 11 Nome di quella Madonna, che è una statua. 

Versione. La madonna tanto miracolosa.

Oggi, a forza di gomitate e spinte, ho potuto accostarmi al botteghino della Madonna di sant'Agostino, quella a cui Dio le da tutte vinte. Tra due spalliere di tavolette votive dipinte sta seduta con Gesù bambino. Con i suoi bravi orologi nel borzellino, e catene e orecchini pendenti, e anelli e cinte. Di brillanti e di perle ha l'appalto: ha monili di genne, ha braccialetti, ha collane: e di diademi ne ha tre o quattro. Insomma è così ricca e volgare, quella povera Vergine del Parto che non è più una Madonna: è una puttana.

7 gennaio 2017

Medicina popolare, col freddo ecco i geloni

Nella Roma sparita, per la mancanza di riscaldamento nelle case, si pativa il freddo.
I camini rappresentavano un vero e proprio oggetto di lusso dai costi non certo indifferenti.
Almeno fino al 1368 nella città dei papi ci sono testimonianze che raccontano che non si trovavano camini nella maggior parte delle abitazioni.
Il popolo, che viveva quasi sempre all'aria aperta, pativa il freddo e per riscaldarsi aveva la pericolosa abitudine di far ardere il fuoco in mezzo alle case, in terra, o dentro a cassoni ripieni di terra. 
Per tal motivo le strade, soprattutto quelle secondarie, dovevano spesso essere piene di fumo, che non potendo sprigionarsi di sopra ai tetti, danneggiava l'aria e i prospetti delle case, contribuendo a dare alla città quella tinta scura apprezzata da romani e forestieri, definita severa. 
epoca medioevale
 camino
Aiutava a mitigare il freddo di tutte le case (ricche e povere) il benedetto scaldino portatite o (a Roma il cosìdetto prete) per scaldare il letto e i bracieri, utilizzati ancora oggi in alcuni luoghi per riscaldare gli altri ambienti.
I camini

In Europa solo dal XVIII secolo la tecnica dei camini si evolve, in stretto collegamento con maggiore diffusione del progresso e del benessere. E nel secolo XIX  si registra in questo settore una vera e propria rivoluzione .
dormitorio.jpg
scaldaletto, 
detto prete
Si sta parlando, come detto sopra, della più evoluta Europa (e anche più fredda) e delle case dei ricchi. Assai diversa era e rimase anche nell'800 a Roma la situazione delle case dei popolani, dove, in mancanza del camino, lo scaldino e il braciere rimasero per parecchio tempo l'unico mezzo per contrastare il freddo dei mesi invernali. 

I geloni e i rimedi per curarli.
E proprio a causa del freddo si sviluppano i geloni. Questi infatti sono una alterazione cutanea conseguente all'esposizione al freddo, e soprattutto al freddo umido. Insorgono di solito nei primi mesi invernali, localizzandosi alle mani, ai piedi, ai calcagni, al volto, al naso e ai padiglioni auricolari; possono localizzarsi anche alle ginocchia e ai glutei.

I rimedi delle comari romane per guarirli consistevano essenzialmente nell'uso di un prodotto economico e facilmente reperibile: cioè l'urina (la piscia in romanesco), utilizzata per il suo potere decongestinante

L'urina si doveva applicare sulla parte malata prima di andare a letto per 4 o 5 sere di seguito. E' un metodo naturale consigliato anche oggi.
Altro rimedio naturale erano applicazioni fatte con la malva cotta, la salvia, l' aglio, le mele cotte, le fragole mature o la farina di ceci.
Infine si poteva provare anche con il sego, che avrebbe rinfrescato la parte lesa.
Invece per far passare il rossore provocato dai geloni, e che dava fastidio soprattutto ai bambini, la sera prima di andare a letto si dovevano fare un pediluvio di una decina di minuti con acqua calda...

2 gennaio 2017

Roma Sparita. 6 gennaio, festa della Befana


La festa della Befana
fra piazza dei Caprettari e
Sant'Eustacchio
Ancora alla fine dell' 800 la festa era chiamata Pasqua Bbefanìa, in quanto col nome di Pasqua venivano chiamate tutte le feste. A Roma sparita era particolarmente sentita dai bambini in quanto la tradizione era che i regali li portasse solo ed esclusivamente la Befana
Anche il poeta romanesco Giuseppe Gioachino Belli  dedica un ciclo di tre sonetti alla festa di Pasqua Bbefania
Le condizioni economiche delle epoche passate erano molto diverse dalle attuali e, a causa della estrema povertà in cui viveva la maggior parte del popolo, lo scambio dei doni ovviamente non aveva niente a che fare con la situazione odierna, dettata dal diffuso benessere e dal consumismo.
Ciononostante,  i genitori, seppur con regali modesti, cercavano di accontentare i loro bambini, che aspettavano il 6 gennaio  tutto l'anno. 

La leggenda della Befana
La figura della Befana nasce in epoche antiche e si intreccia con miti pagani legati alla fine dell'anno e  per lungo tempo è stata condannata dalla Chiesa. Non a caso l'antica figura pagana femminile,  che si avvicina alla rappresentazione di una strega, fu accettata gradualmente nel Cattolicesimo, come una sorta di dualismo tra il bene e il male.
Successivamente si creò un racconto popolare legato alla figura dei Re Magi, che diretti a Betlemme per portare i doni a Gesù Bambino appena nato,  non riuscendo a trovare la strada, chiesero informazioni ad una vecchia.
Malgrado le loro insistenze, la donna non uscì di casa per accompagnarli. Poi la vecchia si pentì di non essere andata con loro e con un cesto di dolci uscì di casa e si mise a cercarli, senza riuscirci.
Così si fermò ad ogni casa che trovava lungo il cammino, donando dolciumi ai bambini che incontrava, nella speranza che uno di essi fosse il piccolo Gesù.
Da ciò la tradizione vuole che, da allora, la vecchia continui a girare per il mondo, facendo regali a tutti i bambini, per farsi perdonare e
 in ricordo di quelli offerti a Gesù Bambino dai Re Magi.
La Befana, (termine che è corruzione di Epifania, cioè apparizione) è nell'immaginario collettivo un mitico personaggio con l'aspetto da vecchia che riempie di doni le calze dei bambini buoni, la notte tra il 5 e il 6 gennaio.
Viene rappresentata con un gonnellone scuro e ampio, con un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto sul capo o un cappellaccio in testa, un paio di scarpe consumate , il tutto vivacizzato da numerose toppe.
Vola sui tetti a cavallo di una scopa e compie innumerevoli prodigi. 
I regali
Giggi Zanazzo ci racconta che lo scambio di doni poteva riguardare anche gli innamorati, e gli sposi.
Ma ovviamente la festività era dedicata ai più piccoli e ai ragazzini.
Come già accennato, a Roma sparita i doni erano assai modesti, e appese alle cappe del camino si appendevano due calzette: una con giocherelli,  pastarellefichi secchi, mosciarelle (castagne), un'arancia (in romanesco "portogallo"), una pigna dorata e argentata, e un'altra calzetta piena di cenere e carbone, per tutte le volta che erano stati cattivi. 

B.Pinelli
La Befana
La sera della vigilia della Befana a Roma sparita i bambini andavano a dormire presto, e una parte della loro cena era lasciata alla Befana.
E per i genitori di allora, anche per quelli poveracci era un obbligo far trovare un giocherello ai loro bambini.

La Festa della Befana nelle strade e piazze di Roma
Attualmente la festa della Befana ha come centro la scenografica piazza Navona, dove è stata tresferita dal 1872,  con tutte le sue bancarelle addobbate di giochi, presepi, dolciumi e le immancabili befane etc. .. uno spettacolo indimenticabile per grandi e piccini.
E' lo stesso Giggi Zanazzo che racconta che prima la baldoria tipica di questa festività si faceva intorno a piazza Sant'Eustacchio e coinvolgeva anche le zone limitrofe, come piazza dei caprettari  dove si faceva una gran confusione, piene di casotti, aperti dall'Avvento alla festa della Befana, che vendevano giocherelli, dolciumi e pupazzi del presepe oltre ai classici dolciumi.
I pupazzari esponevano  befane così vere e brutte, che facevano gelare il sangue ai bambini dallo spavento. 
E a Roma la festa era un momento di festa,  che si aspettava tutto l'anno. 

20 dicembre 2016

Roma sparita - La cena della vigilia di Natale, il cottio.

La cena del 24 dicembre, la vigilia di Natale, a Roma sparita era un momento importante che vedeva riunita tutta la famiglia per il tradizionale cenone di magro.
Si iniziava con un antipasto di olive, anguille, pescetti marinati e brodo di pesce; seguiva la pastasciutta al sugo di tonno, quindi il baccalà in umido con pinoli e zibibbo, accompagnato da broccoli e mele renette fritti in pastella.Era il cenone di magro della vigilia di Natale. E la parola stessa evoca qualcosa di importante: l'occasione per tutti (o quasi...) di sedersi a tavola e mangiare tanto e...bene. E anche il popolino, che a Roma sparita campava con pane e vino, per la festa riusciva a concedeva qualche pietanza più sfiziosa, seppur sempre appartenente alla cucina povera ...

Le tavole dei ricchi

Ben diverse erano le tavole dei potenti cardinali, dei monsignori, dei ricchi aristocratici! Dove non poteva mancare il pesce fresco (carissimo anche nelle epoche passate e quindi destinato solo ed esclusivamente alle tavole dei ricchi) e altri cibi prelibati e tipici ...
Ce le descrive il poeta Giuseppe Gioachino Belli nel famoso sonetto :La viggija de Natale.

Leggendo questi versi, in cui la satira è feroce verso l'opulenza, verso i costosi e prelibati cibi, spesso ricevuti in dono, rispetto alla modestia dei cibi dei poveri, ci possiamo fare anche un'idea dei prodotti, andando indietro nel tempo, che non potevano mancare sulle tavole dei privilegiati
Non si facevano mancare nulla: il torrone, il caviale, il "porco", il "pollastro", il "cappone", un buon "fiasco de vino padronale", il "gallinaccio", l'abbacchio, l'"oliva dorce", il pesce "de Fojjano", l' "ojjo", il "tonno", e l'"anguilla de Comacchio"...(vedi sonetto n. 515).

Al mercato del pesce

Il mercato del pesce a Roma sparita era particolarmente affollato la vigilia di Natale, poichè la tradizione, ieri e oggi, stabilisce che la cena di Natale sia di magro, cioè a base di pesce e di verdure. 
venditori di pesce
al portico d'Ottavia
(Ettore Roesler Franz)

E proprio per la cena di vigilia, la vendita all'ingrosso del pesce (il "cottio", dal latino medioevale "coctigium") iniziava l'antivigilia, il 23 dicembre, nelle primissime ore del  mattino e si svolgeva in forma di asta secondo modalità tradizionali per tutto il 24 dicembre. 
E il cottio, cioè l'asta del pesce, era uno spettacolo vero e proprio !! Coloratissimo, rumoroso, pieno di gente, romani, forestieri, popolani,  signori e signore fra i banchi che esponevano pesce di tutti i tipi. 
Caratteristici anche i termini in gergo utilizzati, in quanto comprensibili solo ai "cottiatori" e agli acquirenti , che erano venditori al minuto, gestori di trattorie, cuochi di nobili famiglie romane. (vedi video)

Nelle case, dopo la cena, erano di rigore la tombola, e altri semplici giochi e  il "sermone", la poesiola natalizia recitata dai bambini davanti al presepe. Poi si andava tutti insieme alla messa di mezzanotte e particolarmente solenne era quella che si svolgeva nella basilica di Santa Maria Maggiore. 

Mercato del pesce
Curiosando nei testi di Giggi Zanazzo. Dal  XII secolo fino agli inizi dell'Ottocento, il luogo per la vendita del pesce a Roma era il Portico d'Ottavia, nei pressi della chiesa di Sant'Angelo in Pescheria, al ghetto.
Samuel Prout,
La pescheria 

a Portico d'Ottavia,
1824 ca
Ad inizio '800 si vendeva pesce, oltre che al Portico d'Ottavia, in piazza del Pantheon, in via del Panico, al Corso. L'opinione pubblica cominciava tuttavia a ritenere poco compatibile la salvaguardia dei monumenti più illustri con la presenza dei banchi di vendita. 
Proprio per tutelare il decoro del Pantheon, Pio VII (1800-1823) fece costruire in via delle Coppelle una nuova pescheria (la concessione per la costruzione è del 1821) vietando nel contempo che si vendesse pesce altrove, se non al Portico d'Ottavia e nelle due piazze de' Monti e di Scossacavalli (quest'ultima scomparsa a seguito delle demolizioni per l'apertura di via della Conciliazione).
Mercato a piazza del Pantheon

Dopo l'unità d'Italia fu deciso di spostare il mercato del pesce dal Portico d'Ottavia a piazza S. Teodoro. Il pesce veniva portato in città attraverso porta S. Paolo e porta Portese e la nuova ubicazione del mercato consentiva di evitare che la merce dovesse attraversare la città.
Il nuovo mercato (progetto e direzione dei lavori di Gioachino Erzoch) era dotato di botteghe per la vendita, di pulpiti per i banditori, di una strada per il passaggio dei carri e di illuminazione notturna, oltre che di un sistema di innaffiamento teso a migliorare le condizioni igienico sanitarie. 

Il Cottio

Il “Cottio” si svolse a San Teodoro fino al 1927, quando fu trasferito ai mercati generali sulla via Ostiense.
Roma sparita,
 il cottìo

Nella notte tra il 23 ed il 24, intorno alla mezzanotte si aprivano i cancelli dei mercati generali: anche i privati cittadini avevano facoltà di accedere al mercato dove si potevano gustare, a titolo assolutamente gratuito, “cartocciate” di pesce fritto (pesciolini, pescioloni, magari non di qualità estremamente pregiata ma … pur sempre pesce fresco), offerte dai grossisti. Buon appetito !!!!