Roma sparita

20 giugno 2017

23-24 giugno - La notte delle streghe a piazza San Giovanni

Il 24 giugno è la festa di San Giovanni Battista,  patrono  di Roma. 
E a Roma sparita era festa grande.
La festa aveva inizio la notte precedente, il 23 giugno, la famosa « notte delle streghe»
Religione e superstizione si intrecciavano in questo ricorrenza molto sentita dal popolo romano.
La notte più breve dell'anno
Quella fra il 23 e il 24  giugno è la notte più breve dell'anno, in quanto  comincia l’estate, Il solstizio d'estate il sole raggiunge la sua massima inclinazione positiva rispetto all’equatore celeste, per poi riprendere il cammino inverso. Tutte le leggende si basano su questo evento considerato magico e sacro nelle tradizioni precristiane ed ancora oggi viene celebrato dalla religiosità popolare con una festa.


Porta san Giovanni 
verso via Appia Nuova
(incisione di G.B. Piranesi, 1748)
La notte delle streghe 
Secondo le tradizioni popolari, si credeva che le streghe in quella notte magica si dessero appuntamento nei pressi della basilica per un  grande Sabba e andassero in giro per la città a catturare le animeLe streghe venivano chiamate a raccolta dai fantasmi di Erodiade e Salomè, dannate per aver causato la decapitazione di san Giovanni.

Riti per tenere lontane le streghe
Curiosando nei testi di Giggi Zanasso. Durante quella notte magica, venivano fatti falò per tenere lontano il male. Parecchi poi erano i rituali seguiti contro le stregheE le comari di Roma sparita raccontavano che se la strega voleva entrare doveva prima contare  tutti gli zeppi della scopa o i grani del sale. E se sbagliava doveva ricominciare da capo!!
Anche la croce era un elemento che spaventava le streghe, che in alternativa utilizzavano  la cappa del camino.. e allora anche qui si faceva la croce con le molle e la paletta incrociate, oppure si otturava.
La paura delle streghe era infatti tanta.. e così insieme a lanterne e torce,il popolo si portava dietro bastoni fatti a forcina, scope, teste d'aglio e quelli che potevano si profumavano con la spighetta cor garofoletto.
Prima  della festa, si andava in parrocchia a prendere una boccia d'acqua santa appena preparata: perchè  ai tempi di Roma sparita l'acqua santa aveva una scadenzaquella stantia non era più buona !!
Con quest'acqua, prima di uscire da casa ci si doveva benedire i letti, la porta e la casa stessa.
Prima di dormire poi si diceva due volte il Credo, e ogni parola si doveva replicare per due volte. Io credo, io credo, in Dio padre, in Dio padre, ecc., e così per le altre preghiere..
G. Vasi, Basilica di San Giovanni 
(sec. XVIII)
Si credeva che questo doppio credo era veramente il massimo per tenere lontane le streghe.

Che la festa cominci  
Si partiva in massa da tutti i rioni di Romaal lume di torce e lanterne, per arrivare a San Giovanni in Laterano per pregare il santo ma anche per mangiare le lumache nelle osterie e nei baracchini allestiti sulla piazza appositamente per questa festa. 
Le donne protagoniste della festa
E in passato le vere protagoniste della festa erano le donne, spesso vestite con abiti maschili che, in quanto colpevoli del martirio del santo, non potevano entrare nella basilica e si fermavano davanti alla basilica provocando gli uomini e chiedendo loro una "mancia". 
Si mangiavano le lumache 
Le lumache avevano un significato simbolico, poichè le loro corna
rappresentavano discordie preoccupazion, quindi mangiarle significava distruggere le avversità. 
E a proposito delle lumache ...c'era anche chi se le portava cucinate da casa, perchè non si fidava dello spurgo che facevano gli osti romani. 
Come di consueto nelle osterie di Roma sparita, si serviva anche  solo il vino mentre il cibo veniva prima cucinato in casa (chi non conosce ancora oggi le famose fraschette dei Castelli romani!!!).
Roma nell'Ottocento - venditori di lumache
a piazza san Giovanni
Ancora al tempo in cui scrive Giggi Zanazzo, il giorno di san Giovanni si usava fare un pranzo fra i parenti, con i compari e le commari, anche per fare in modo che se c'era un po' di ruggine fra di loro, potessero rifare pace con una buona mangiata di lumache.

Sempre Zanazzo ci racconta di un altro luogo di incontro fuori porta san Giovanni, nei pressi della fonte dell'Acqua santa sulla via Appia, alla Salita degli Spiriti,era l'osteria delle Streghe dove si andava a cenare.
E la cena spesso finiva con pesanti litigiin quanto gli osti riciclavano gusci di lumaca, cioè gusci vuoti, il cui contenuto era stato già mangiato dai clienti venuti prima....
E.F.Roesler
 L'alba alla festa di san Giovanni.
La festa in piazza san Giovanni in Laterano
Per la festa l'imponente piazza San Giovanni si riempiva di tantissima gente, si mangiava e si beveva in abbondanza e soprattutto tanto rumore invadeva questi luoghi: trombe, trombette, campanacci, tamburelli e petardi di ogni tipo venivano suonati per impaurire le streghe, affinché non potessero cogliere le erbe utilizzate per i loro incantesimi. 
Tutto ciò costituiva un problema per l'ordine pubblico e così le autorità vietarono spesso di andare nei luoghi disabitati (ad es. Monte Testaccio) mentre, veniva consentito il bagno al Tevere, per le proprietà taumaturgiche date dal santo alle acque. 
Tutto questo baccano durava fino all'alba. 
Allora la festa si concludeva, quando dopo lo sparo del cannone di Castello, il papa si recava a San Giovanni per celebrare la messa, e dalla loggia della basilica gettava monete d’oro e d’argento, scatenando così la folla presente.

13 giugno 2017

13 giugno - la festa di Sant' Antonio e il trionfo delle fragole

A. Pinelli, Il trionfo delle fravole (fragole)
Il 13 giugno si festeggia sant'Antonio da Padova, che a Roma sparita era anche il protettore dei cosìdetti fravolari, cioè dei venditori di fragole.

Storia di sant' Antonio
Antonio nacque a Lisbona. Canonico regolare, poi francescano, predicò dappertutto, nel Portogallo prima, poi in Italia, nutrendo le sue parole con la dottrina delle Sacre Scritture. 
Professore di teologia e nello stesso tempo predicatore, combatté l'eresia con estremo vigore e con una eccezionale forza di convinzione. 
Morì a Padova il 13 giugno 1231 all'età di 35 anni in concetto di santità. All'indomani della sua morte innumerevoli miracoli fecero sì che egli fosse invocato dai fedeli come un infaticabile taumaturgo.



Non è chiaro perchè sant'Antonio fosse stato scelto a Roma come il protettore di quanti raccoglievano e vendevano fragole. 
Certamente non c'è attinenza fra la sua storia e le fragole. 
San Antonio infatti ebbe un'attività volta soprattutto a pacificare le lotte, a reprimere l'usura a liberare i prigionieri e a convertire i malvagi, nulla quindi a che vedere con le fragole o con altre categorie che lo vedevano come santo protettore (vedi calzettari e sartori).
E' probabile che la devozione al taumaturgo di qualche fravolaro abbia determinato la scelta del protettore.

Le fragole


Roma, venditore di fragole fresche
La storia della fragola in Europa, per secoli è rimasta legata alla raccolta dei piccoli frutti delle piante spontanee del sottobosco, o di sporadiche coltivazioni.Questo frutto era conosciuto e apprezzato già dall’uomo preistorico, come testimoniano alcuni reperti rinvenuti in zone montagnose e lacustri dell’Europa centro-occidentale.
Nella Bibbia, nelle favole mitologiche e in alcuni dei più antichi trattati di medicina e botanica, si trovano elogi e menzioni di questo prelibato frutto 
La vera coltivazione è iniziata dal 1623 quando furono importate in Francia, dall’America del Nord,  e, nel 1712 dal Cile, specie che producevano frutti molto più grossi. 
Insomma dalla fine del 1600, pur trattandosi sempre di materiale originato nei boschi, si iniziò a dare un senso “orticolo” alla
pianta, anche se utilizzata prevalentemente come elemento iconografico e di prelibatezza della tavola. Si può quindi affermare che la fragola coltivata è una coltura degli ultimi trecento anni.

Curiosando nei testi di Giggi Zanasso.  A Roma sparita il 13 giugno si celebrava Sant'Antonio da padova, anche come protettore dei fravolari. 

La festa dei fravolari 

La festa era chiamata il trionfo delle fragole, perchè dedicata a questo frutto dolce come il nettare e molto amato dai romani fin dai tempi antichi. 

Tutti i raccoglitori, i venditori e le belle venditrici di fragole invadevano le piazze e strade di Roma, portandosi dietro ceste piene di frutti coloratissimi

Pierre Auguste Renoir, Fragole
Per festeggiare Sant' Antonio e le fragole si seguiva un rituale fisso

Un fravolaro portava sulla testa un gran canestro fatto come un trionfo, tutto guarnito di fragole e arricchito intorno con tanti canestrini inargentati con la carta e pieni appunto di fragole.
Il cima al trionfo si innalzava la statuetta di san Antonio, che era proprio il protettore dei fravolari (=fragolari).

Seguiva la statuetta un corteo composto da tutti i fravolari vestiti a festa. Si  cantava al suono del tamburello tanti ritornelli tutti in onore di sant'Antonio e delle fragole.

Questa processione partiva da piazza Campo dei fiori, sede di uno dei più importanti mercati di Roma, e passava per le più belle strade e piazze di Roma.



3 giugno 2017

Roma sparita. Il caldo estivo e i rimedi per la malaria


Gianicolo, fontanone 
dell'acqua Paola
(G.Van Wittel)
Il piacere di stare all'aria aperta d'estate a Roma sparita nelle ore del tramonto e della sera era ..rischioso per la salute!! 
Residenti, stranieri, e viaggiatori sapevano tutti che era imprudente trattenersi nelle belle e profumate serate estive fuori, all'aperto..
Ma che fare se il caldo dei mesi di luglio e agosto diventava calor febbrile, cioè faceva così caldo da alzare la temperatura corporea ?
Si credeva che un segno che l'aria dell'estate romana non era buona era l'assenza delle mosche. 
Se l'aria non era buona per le mosche figuriamoci per i cristiani!! 


Il problema dell'Agro Romano
Roma nel 1870, in quanto sede della monarchia e della corte, del governo e degli organi centrali della burocrazia si avviava ad essere oggetto d’una massiccia trasformazione edilizia e urbanistica. 
C'era però anche un annoso problema da risolvere: intorno alla città si estendeva una landa desolata e semideserta: l'Agro romano.
Si trattava di un immenso territorio fatto di pascoli e boschi infestati da stagni paludi, interrotto da pochi seminati e da una fascia di vigne ed orti dentro la città. 
Era un territorio insalubre, infestato dalla temibile malaria. 
Questi luoghi inospitali erano famosi anche per le scorrerie dei briganti che vi dominavano incontrastati.

L'Agro Romano è il vasto territorio intorno a Roma, con una superficie di oltre 212.000 ettari, che fino alla bonifica era pressocchè disabitato perché infestato dalla malaria
Era diviso in 362 latifondi, e la proprietà più estesa era della famiglia Borghese con 22.000 ettari, seguìta dal Capitolo di San Pietro e dall'Ospedale di Santo Spirito. I terreni, salvo poche eccezioni, non erano condotti dai proprietari, ma dati in fitto ai cosiddetti mercanti di campagna, categoria imprenditoriale di grande intraprendenza che provvedeva direttamente alla gestione delle aziende ricavandone proventi considerevoli e corrispondendo ai proprietari un utile fisso che permetteva loro di vivere senza preoccupazioni.
A partire dal 1884, dopo una ponderata e seria valutazione tecnico scientifica delle diverse possibilità d’intervento sulla difficile e pericolosa situazione, si decise la realizzazione di una serie di canali che avrebbero consentito il deflusso delle acque stagnanti con cui le paludi furono ridotte.

La malaria nell'Agro romano
Sin dal medioevo la malaria a Roma, e nel suo distretto, mieteva un alto numero di vittimee il più noto e attrezzato ospedale della città, il Santo Spirito, accoglieva ogni anno migliaia di “uomini febbricitanti”. 
Scarsissima la popolazione che ci viveva, così descritta:"uno stato di vita quasi selvaggio, vitto scarso e cattivo rendono miserabilissime le condizioni di vita della campagna romana".
Se Roma non fosse diventata capitale del Regno, difficilmente il problema
della malaria sarebbe stato affrontato sin dagli inizi degli anni Settanta dell'800.

La malaria
particolare dell'Agro romano
Le febbri malariche erano molto diffuse nella popolazione: particolarmente fra gli operai e i braccianti agricoli, che erano costretti a lavorare all’aria aperta nelle campagne dell'Agro durante la stagione estiva.
La malaria, termine che deriva dall'italiano 'mala aria' ed è stato adottato nella letteratura medica internazionale, è una malattia febbrile ed acuta,  trasmessa agli esseri umani attraverso la puntura delle zanzare di solito tra il tramonto e l'alba.
Il quadro clinico della malaria esordisce acutamente con febbre accompagnata da brividi e sudorazione; la febbre decorre inizialmente in modo irregolare e solo dopo una settimana tende a ripetersi con accessi periodici, distanziati tra loro di 48 ore (malaria terzana) o di 72 ore (malaria quartana).

Rimedi popolari per curare la febbre
Per affrontare le febbri provocate dalla malaria, potevano mancare i consigli delle comari romane? 
Uno dei rimedi consigliati, e riportato da Zanazzo,  consisteva nel mettere in una pentola bella grande due boccali di acqua, e la buccia di una diecina di limoni romaneschi. Si dovevano far bollire fino al consumo dell'acqua di circa la metà.
Quest'acqua si doveva poi imbottigliare e bere, nella dose di mezzo bicchiere la mattina e mezzo bicchiere a mezzogirono e mezzo bicchiere la sera.
Inoltre si doveva stare ben coperti, sudare e così si sarebbe guariti.

Contro le febbri terziane

Hebert, La malaria
Per le febbri che colpivano gli ammalati ogni 48 ore, si consigliava di bollire in una pentola bella grande due boccali e mezzo di acqua, due libbre di  salvia, una libbra di rosmarino. Si doveva anche in questo caso ridurre i liquidi della metà.
Quindi andava filtrata, imbottigliàta, e bevuta la mattina a diggiuno, e come si diceva a Roma saprita: non si doveva avere paura di nulla....

Contro le febbri quartane
Contro la malaria quartana , che veniva ogni 72 ore si procedeva come per le febbri terziane, sortanto che invece di metterci l’acqua nella pentola ci si dovevano mettere due boccali o tre di vino buono. Quindi si doveva bere: mezza fojetta (1) la mattina, mezza a mezzogiorno, e mezza la sera; fino  a completa guarigione.. 

Anche Gioacchino Belli conosceva l'aria cattiva di Roma...
Una conferma dell'aria cattiva che si respirava a Roma, nei caldi mesi di luglio e agosto, è in un sonetto del poeta Giuseppe Gioacchino Belli intitolato appunto L’aria cattiva scritto il 5 giugno 1845. 

Belli invita, con grande impeto, i forestieri ad andarsene per paura del caldo, e delle epidemie che spesso si portava dietro.
Belli si conosceva il terribile colera che quasi 10 anni prima gli aveva portato via via la moglie Mariuccia.

L’aria cattiva

Scappate via, sloggiate, furistieri:
fora, pe ccarità, cch’entra l’istate.

Presto, fate fagotto, sgommerate,
ché mmommó a Rroma sò affaracci seri.

Nun vedete che ppanze abburracciate?
che ffacce da spedali e ccimiteri?
Da cqui avanti, inzinenta li curieri
ce mànneno le lettre a ccannonate.

Si arrestate un po’ ppiú, vve vedo bbrutti,
ché cqui er callo è un giudizzio univerzale:
l’aria de lujj’e agosto ammazza tutti.

Pe ppiú ffraggello poi, la ggente morta
séguita a mmaggnà e bbeve, pe stà mmale
e mmorí ll’ann’appresso un’antra vorta.


[Versione

Scappate via forestieri, 
fuori per carità che entra l'estate
: fuori, preparate i fagotti, sgomberate, 
che adesso a Roma sono affari seri. 

Non vedete che pance gonfie ? 

che facce da ospedali e cimiteri?
Da qui in avanti, i corrieri 
consegnano le lettere con il cannone.


Se restate un pò di più, vi vedo brutti, 
che qui il caldo è come il giudizio universale:
l'aria di luglio e agosto ammazza tutti.
Per maggiore flaggello poi, la gente sebbene sia quasi morta 
continua a mangiare e a bere, per star male
 e morire l'anno appresso un'altra volta]
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(1) Le misure utilizzate a Roma per il vino erano: il Sospiro o Sottovoce era un semplice bicchiere, corrispondente ad un decimo di litro; poi c’era il Cirichetto, cioè un quinto di litro, il Quartino, la classica Fojetta da mezzo litro e il Tubbo, un litro. La caraffa da due litri veniva invece chiamata Barzilai, dal nome di un politico romano di fine ‘800, inizio ‘900, che usava offrire vino in gran quantità ai suoi elettori.

1 giugno 2017

Roma sparita. Sisto V e la tassa sul vino.


Alcune delle leggende che riguardano il papa Sisto V (1585-1590) si sono tramandate proprio grazie a Gigi Zanazzo che le riporta  nel  suo libro Novelle, favole e leggende romanesche
Grande personaggio questo pontefice, passato alla storia come er papa tosto.
Nonostante la brevità del suo pontificato (solo 5 anni), di nessun altro papa si ricorda un così vasto impegno nell' eliminare il malcostume, la corruzione e il brigantaggio che avevano raggiunto limiti non più tollerabili nella Roma di fine Cinquecento. Non solo...  Ebbe tempo anche di occuparsi della riorganizzazione burocratica dello stato e avviò anche un nuovo assetto urbanistico a Roma. Straordinario!!!

Nuove tasse per finanziare i suoi progetti. Per finanziare i suoi grandiosi progetti (basti come esempio il ripristino dell'acquedotto felice) però ci volevano tanti tanti soldi.. E vista la tragica situazione lasciata dal suo predecessore,  le casse   erano vuote... 
Così Sisto V fece ricorso alla forma di tassazione all'epoca più diffusa, perchè la più facile da applicare : le gabelle su i generi di maggiore consumo fra le classi popolari.  E chi si lamenta delle tasse oggi, basta che volga lo sguardo al passato per vedere che Nihil novum sub sole (niente di nuovo sotto il sole...).
Tassa sul Vino
B.Pinelli, Osteria romana
Il vino  ad esempio.....Da sempre, il consumo del vino era largamente diffuso fra la popolazione, che frequentava spesso e volentieri le osterie, e per questo motivo aveva attirato  l’attenzione dei papi. 
Da notare l’ipocrisia della politica pontificia nei confronti del vino, come di altri  commerci proibiti, ma tassati. Nel caso del vino si giustificava la tassa con la necessità di diminuire il suo consumo, perchè ritenuto pericoloso soprattutto per l’ordine pubblico...Però lo stato ci lucrava sopra incassando una bella cifra dal suo commercio.  

Un primo passo fu quello di concedere all’ebreo Meier Maggino di Gabriello (15 luglio 1588),  la privativa di fabbricare dei contenitori di vetro, in modo che l’avventore potesse controllare l’esatta misura servita dall’oste. 
Con la pubblicazione di un bando si obbligavano gli osti ad usare le nuove misure fatte in vetro trasparente, col impresso un sigillo della Camera apostolica (cioè il Ministero delle finanze dello Stato pontificio), in sostituzione dei vecchi boccali di ferro o coccio che avevano una bocca larga che facilitava le frodi e in primis  l’aggiunta dell’acqua al vino. 


Si conoscevano bene le frodi commesse dagli osti. 
Gli osti così avrebbero dovuto pagare un quattrino per ogni fojetta di vino venduta. 
La fojetta era la misura piombata da ½ litro. C’erano poi i multipli e i sottomultipli: er Barzilai * da 2 litri, il tubo da 1 litro, il quartino da ¼ di litro, il chirichetto da 1/5 di litro e il sospiro da 1/10 di litro.


La leggenda su Sisto V e gli osti di Roma. Figuriamoci il malcontento degli osti riguardo al nuovo sistema di misure per il vino!!
Eco di tuttociò era arrivato alle orecchie  di Sisto V. Così il papa, fingendosi un vecchio eremita,  entrò in un'osteria chiedendo una mezza fojetta

Non visto, versò il vino in una fiasca che si era portato dietro. Ne ordinò un'altra, poi un'altra ancora e continuò così per parecchie volte. Ad ogni ordine, l'oste doveva scendere in cantina a riempire la piccola misura con quella minima quantità di vino; ben presto questa seccatura cominciò ad infastidirlo e prese a bestemmiare e a maledire il nuovo sistema e il papa che l'aveva voluto.
Il giorno seguente, quando l'oste andò ad aprire l'osteria, si accorse che nottetempo era stato innalzato un patibolo proprio lì vicino. 
Contento cominciò ad allestire i tavoli, pensando subito ai guadagni che la prossima impiccagione gli avrebbe portato, grazie al pubblico che si radunava per assistere allo spettacolo
Tuttociò infatti si sarebbe tradotto in molti clienti per l'osteria... 
Ma le prime due persone a varcare la soglia furono il boia e il suo assistente. Pochi minuti dopo, l'oste era appeso al centro della piazza, come monito a rispettare le nuove disposizioni.
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*dal nome di un politico romano di fine '800, inizio che usava offrire vino in gran quantità ai suoi elettori.

30 maggio 2017

Roma sparita. Riti per l'Ascensione di Gesù.



Giotto-Ascensione di Gesù
La  festa dell'Ascensione di Gesù  si colloca di norma 40 giorni dopo la Pasqua.
In base a quanto narrato dal Nuovo Testamento, l'Ascensione è l'ultimo episodio della vita terrena di Gesù: questi, quaranta giorni dopo la sua morte e risurrezione, è asceso al cielo. 
Questa ricorrenza è celebrata in tutte le confessioni cristiane e, insieme a Pasqua e Pentecoste, è una delle solennità più importanti del calendario ecclesiastico.
A Roma sparita questa importante festa cristiana era caratterizzata da alcune credenze molto particolari.

Curiosando nei testi di Giggi Zanazzo. La vigilia dell'Ascensione veniva vissuta come un momento importante non solo per la tradizione cristiana, ma anche per la vita del popolino credulone, superstizioso e sempre in balia di eventi tragici e inspiegabili: malattie, disgrazie, catastrofi etc.
Così ogni occasione era buona per mettere in atto una serie di semplici gesti dettati dalle credenze popolari di cui le famose "comari" romane sapevano tutto.
La Maddonna andava in giro di notte.
Per una tradizione tramandata chissà da quando e da chi,  il popolo credulone doveva prendere un uovo fresco, metterlo un piccolo canestro, con dentro acceso un lumino, e ciò fatto depositarlo fuori della finestra all'aria notturna.

Si credeva infatti che la Madonna, nella notte,  andasse in giro qua e là e quando passava davanti alle case benedisse l'uovo.
Il giorno dopo si doveva prendere l'uovo, romperlo e dentro ci si sarebbe trovata cera vergine.
Questa sostanza diventava così miracolosa e si doveva conservare come una reliquia
Acquisiva infatti, non si sa come,  il potere di tenere lontani dalla casa i fulmini e le saette, e cosa ancora più importante tutte le disgrazie
E addirittura serviva anche a guarire le malattie!!

Erano tempi in cui ci si attaccava a tutte le superstizioni per allontanare da sè le disgrazie e le malattie!! 
Così importanti occasioni religiose erano accompagnate da una serie di riti e superstizioni cui il popolo credeva per allontanare la sfiga!!
Accanto al canestrello con l'uovo e il lume acceso,  fuori della finestra era in uso mettere anche un secchio d'acqua.
Ovviamente quest'acqua diventava benedetta, e  la mattina dopo, giorno dell'Ascensione, sarebbe stata utilizzata per lavarsi e si sarebbe dovuta bere. 
L'acqua che rimaneva si conservava, perchè era una mano santa per i dolori alle gengive e per tanti altri malanni.


20 maggio 2017

Piazza Montanara, quando i barbieri facevano la barba ai "burini"


In varie piazza di Roma sparita, addossate ai muri delle case, si potevano vedere quattro-cinque sedie in fila, a far da bottega per altrettanti barbieri.

Due asciugamani, una sedia, un rasoio, una bottiglia d'acqua e voilà...ci si poteva sbarbare con pochi soldi ...
Ebbene sì, almeno fino ai primi del '900 questo mestiere era esercitato anche per la strada.
A piazza Montanara, al Foro Boario, al Campo Vaccino e sotto il Portico d’Ottavia..insomma nei luoghi dove si radunavano i contadini che si offrivano per il "mercato delle opere" (nell'800 le "opere" erano i lavori dei campi) era sempre presente questa figura del barbiere di strada...
Ovviamente questo tipo di servizio si rivolgeva ai più poveri.




I barbieri della meluccia

Con la solita ironia tipicamente romana, questi barbieri di strada erano chiamati, per scherzo, della meluccia, in quanto aguzzando l'ingegno per tagliere le spesso durissime barbe dei loro clienti, avevano inventato un metodo singolare: mettevano una piccola mela in bocca ai clienti..per far rigonfiare le guance e lavorare meglio.

La meluccia era sempre la stessa e passava di bocca in bocca, e se la mangiava l'ultimo che arrivava. E a volte era botte proprio per arrivare..ultimo.
Nell'assoluta mancanza di norme igieniche!
Per farsi radere una barba, lunga anche varie settimane, si pagava un bajocco.

Il siparietto della rasatura in mezzo alla strada era un vero proprio spettacolo anche per i passanti: il barbiere con due dita stringeva la punta del naso e lo ritirava su e giù, secondo come gli faceva più comodo nell'operazione di rasatura.
Ogni momento lasciavano il cliente col naso per aria, sia per affilare il rasoio alla "codetta" attaccata alla spallina della sedia, e sia per rispondere a questo e a quello e per..sputare sentenze!!

E così il povero villano che stava sotto, con la faccia tutta impiastrata di sapone, che costava un bajocco a libbra, stava lì rassegnato, cogli occhi al cielo, senza respirare, per paura di qualche sgarro alla gola.

Il cliente che si era rasato, s'asciugava alla manica della camicia e un altro burino si sedeva, mentre il barbiere strillava "Sotto a chi tocca..."



Piazza Montanara ovvero la piazza dei "burini"
Uno dei luoghi che richiamava questo genere di servizi era la famosa piazza Montanara: la piazza dei burini a giornata.

La piazza, scomparsa per l’ apertura della Via del mare (1934), andava da Via della Bocca della Verità a via Montanara (tuttora esistente, anche se ridotta rispetto all’originale).
Il nome deriva dalle proprietà della famiglia Montanari, e non ai buzzurri che vi sostavano da tempi antichi, in quanto trattavasi dell'antico mercato delle granaglie d'epoca romana.
Spesso persone provenienti da regioni povere, come abbruzzesi, molisani, ciociari la bazzicavano già all'imbrunire, in quanto la piazza cominciava ad animarsi e ci si preparava a passare la notte alla meno peggio accanto alla fontana in attesa dei caporali e sfruttatori che prestissimo la mattina avrebbero offerto un lavoro a giornata, pesante da ammazzare un bue...

E proprio attorno a questa povera umanità, alla ricerca disperata di un lavoro, si offrivano servizi come quello del barbiere e non solo....

Le botteghe dei barbieri
Ovviamente a Roma c'erano anche i barbieri di riguardo, con tanto di salone, che erano erano dei veri e propri centri culturali, ritrovi dove si apprendevano le ultime notizie, dove si discuteva dei temi correnti della politica, dell’arte, dei fatti ed intrighi della Curia.
Il barbiere aveva una sua autorità, un suo prestigio nel rione, perché era colui che sapeva tutto, dava consigli: passava insomm
a per un uomo colto. 

9 maggio 2017

Arriva a Roma lo zar Nicola I e la satira si scatena (1845)

Il popolo romano era (ed è) famoso per la sua arguzia, per l'ironia e per la satira feroce contro i governanti, gli ecclesiatici, i potenti della terra e non solo...
A Roma sparita, visto che le spie avevano orecchie lunghesi esercitava comunque  la satira però in forma anonima, grazie alle statue parlanti (Pasquino, Marforio. abate Luigi, madama Lucrezia).

Visita dello zar di tutte le Russie.
Un episodio che suscitò una forte ironia è quello che riguarda la seconda visita dello zar Nicola I (1796– 1855a Roma.
Proprio per questa occasione sono rimasti celebri i pungenti versi, attribuiti a Pasquino, riguardanti proprio questo importante personaggio...

Firenze la giuliva, fa festa quando arriva
Napoli che sa l'arte, fa festa quando parte.
Roma che pensa bene, l'ha ...in culo quando parte e quando viene.

A Roma ovviamente giungeva spesso in visita sovrani e personaggi provenienti da molte nazioni estere. Questo nonostante le difficoltà che comportavano ogni tipo di spostamento in quelle epoche.
Tra il 13 e il 17 dicembre 1845 è in visita a Roma l'Imperatore di tutte le Russie, lo zar Nicola I. 
Come prima tappa in Italia, il 23 ottobre 1845, lo zar e la zarina, accompagnati dalla figlia Olga, erano approdati a Palermo, dove Aleksandra Fedorovna doveva trascorrere un periodo di riposo e di cura.
Dopo poco di più di un mese Nicola I, lascia la zarina in Sicilia, e sulla strada del ritorno in Russia, decide di fermarsi a Roma. 

Cronaca di Roma parla di Madre Macrina e della persecuzione verso i cristiani
Questa notizia trova conferma in un'opera molto importante per ricostruire la vita romana dell'Ottocento: la Cronaca di Roma, redatta da Nicola Roncalli, il quale in data 2 novembre 1845 conferma la notizia dell'arrivo dello zar e del clamore che avrebbe suscitato tale visita.
Perchè tanto clamore? L'0pinione pubblica era scossa dalla notizia di alcuni episodi di persecuzione avvenuti nei confronti delle monache cristiane. 
A denunziare la terribile situazione  era stata madre Maccrina, badessa delle monache basiliane di Minsk, nella Polonia russa. 
Dopo essere stata a Parigi, Macrina giunge a  Roma, dove va ad abitare nel convento del sacri Cuore a Trinità dei Monti, e viene ricevuta dal papa Gregorio XVI 
Si diceva che la monaca avesse riferito i fatti al cardinal Mezzofanti, famoso poliglotta dell'epoca, e confermato i tormenti sofferti da lei stessa e dalle sue compagne, come avevano riportato i giornali e le cronache del tempo. 
Anche se c'era il sospetto che quanto riportato fosse falso!!
Malgrado queste premesse non certo favorevoli allo zar, il «Diario di Roma» del 13 dicembre 1845  riporta la notizia che: 
«Questa mattina, circa le ore 5, è giunta in questa Capitale, proveniente da Napoli, S.M. Nicolò I Imperatore di tutte le Russie e Re di Polonia, sotto il titolo di General Romanoff. La M.S. ha preso alloggio al palazzo Giustiniani, residenza della I. e R. Legazione Russa».*

Il Papa Gregorio XVI decide di ricevere lo zar.
Interessante quanto scrive Roncalli a proposito della visita dello zar e del comportamento che si riteneva avrebbe tenuto Gregorio XVI
«Si vuole che l'imperatore di Russia venga in Roma quanto prima. Si riflette sulla situazione del Papa per la venuta di tale sovrano, facendosi il caso che questi vada ad ossequiarlo. Si conchiude che il Papa per togliersi d'impaccio, si fingerà malato».
E in effetti il Papa fu decisamente in imbarazzo su come accogliere il sovrano, e per questo riunì il concistoro dei cardinali. 
Diplomaticamente i cardinali gli consigliarono di evitare l'incontro e di fingersi malato. 
Il Papa però non si trovò d'accordo e la sua risposta fu secca e decisa:

"Non ho mai finto e non lo farò ora. Per parte mia utilizzo le lacrime, le preghiere, è questo è tutto ciò che ritengo a me permesso"».

Grazie al clamore suscitato da questo arrivo e ai contemporanei che ne scrissero  abbiamo la possibilità di seguire lo zar nel corso di questo soggiorno romano minuto dopo minuto.
I due colloqui che lo zar ebbe con il Papa Gregorio XVI testimoniano dell'inevitabile valenza politica che il viaggio aveva acquistato, ma non vi è dubbio che Nicola I approfittò di questi cinque giorni per visitare la bellissima Roma in lungo e in largo. 
E come cicerone potè avvalersi del cavalier Pietro Ercole Visconti, commissario per le Antichità. 

Anche Gogol riferisce della visita dello zar
Come testimoniano alcune lettere dello scrittore e drammaturgo ucraino Gogol l'intera comunità russa residente a Roma e in particolare gli artisti furono mobilitati e non avrebbe potuto essere diversamente. 
Dopo una prima visita al Papa, il soggiorno romano di Nicola I si chiuse con un secondo incontro con Gregorio XVI, segno evidente che il Pontefice, malgrado la fermezza delle sue richieste perché terminassero le persecuzioni contro i cattolici, aveva suscitato una grande impressione sullo zar.
Veduta di Roma
dal Pincio
Scrive Roncalli: 
«La dignità e cordialità con cui si congedò dal vegliardo capo della Chiesa cattolica, anzi il medesimo prolungamento del suo soggiorno nella città eterna, parlano per il suo onore e lasciano sperare che questi giorni non resteranno senza benefiche conseguenze. L'imperatore è troppo grande per non apprezzare la vera grandezza, anche là dove la sua apparizione un poco lo sorprenda». 

Lo zar approfitta dela visita per vedere Roma
Nicola I, come accennato, non manco' di visitare la citta'. 
La Cronaca del Roncalli ci consente di seguire da vicino gli spostamenti del sovrano che: 
«Alle ore 10 ant. dei 16 dicembre (...) usci' da palazzo (...) e si porto' alla pubblica esposizione de' quadri alla piazza del Popolo. (...) Si porto' quindi allo studio dello scultore Wicar al Vicolo del Vantaggio ed uscendone, a piedi, fece la nuova passeggiata di Ripetta, visitando altro studio di un russo. Visitati altri studi di scultura, si diresse alla basilica di S. Paolo sulla via Ostiense».
Infine prima di recarsi dal Papa per la visita di congedo Nicola I non aveva voluto rinunciare alla consueta passeggiata al Pincio e da lì guardare per l'ultima volta lo spettacolo che si godeva sulla città eterna. 
Era il 17 dicembre 1845...e Roma era veramente bellissima!!!
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*Il Roncalli, inoltre, dedicò al soggiorno dello zar anche un resoconto specifico dal titolo Le cinque giornate che S.M.I. di Nicolo' I° Imperatore di tutte le Russie e Re di Polonia passo' in Roma nell'anno 1845 dal 13 a tutto il 17 dicembre a Roma, pubblicato a stampa nel 1972