Roma sparita

19 marzo 2017

Roma sparita. 19 marzo. La festa di San Giuseppe fra frittelle, sonetti e lunari.


Il friggitore di frittelle
nel giorno di  S. Giuseppe
(A.Pinelli 1832)


 Il 19 marzo, festa di San Giuseppe a  Roma  sparita era  festa grande.
Quel giorno in tutte le case dei  cristiani battezzati c'era l'usanza, a  pranzo, di mangiare le frittelle. 

Siamo in periodo di quaresima e per un giorno si rompeva il regime d’astinenza e si tornava al piacere della tavola imbandita. 

San Giuseppe 
è il santo collegato con i famosi dolci fritti, perché come racconta un' improbabile voce di popolo, aveva fatto anche il  friggitore.

La storia della festa di San Giuseppe 
Secondo la tradizione San Giuseppe, patrono dei falegnami e artigiani, è anche protettore dei poveri, per la condizione precaria nella quale vide venire al mondo il figlio. In questo giorno di marzo, si ricorda la sacra coppia di giovani sposi, arrivati in un paese straniero, in attesa del loro Bambino, che si videro rifiutare la richiesta di un riparo per il parto. 
In ricordo della violazione del sentimento dell'ospitalitàin alcune regioni viene ricordato questo brutto gesto con l'allestimento di un banchetto speciale dove i poveri sono spesso serviti dal padrone di casa. 

E a Roma la festa di San Giuseppe ha sempre avuto grande importanza. 
Sulla scia dell'antica Roma, quando il 17 marzo era dedicato alla festa delle Liberalia, dedicata al Liber Pater, divinità della Terra e dell’uomo; i giovani compiuti i 16 anni si recavano nel tempo dedicato sul colle Aventino indossando la toga virile, e dopo una cerimonia di iniziazione venivano reputati uomini adulti, pronti a crearsi una famiglia e fare figli. In segno di devozione si offrivano in dono alla divinità, e come buon auspicio ai partecipanti, pani e dolci di farina di grano fritti in olio e si ardevano falò per allontanare il freddo e il buio della stagione invernale. 
Poi il Cristianesimo sostituì la festa pagana con quella dedicata ad un altro padre simbolo, il padre putativo di Gesù, San Giuseppe
E questa festa divenne simultanea ai Baccanali, che si svolgevano alla vigilia dell’equinozio di primavera, riti dionisiaci licenziosi con lo scopo di propiziare la fertilità. 

Tra le chiese di Roma intitolate a San Giuseppe, la più antica è San Giuseppe dei Falegnami al Foro, dove anticamente si svolgeva una doppia festa: quella del santo e quella degli artigiani di cui il santo è protettore. 
La confraternita dei Falegnami, fino agli anni ’70,  organizzava solenni festeggiamenti e banchetti per strada a base di frittelle e bignè, da cui il detto romano “San Giuseppe frittellaro”. 
E proprio la frittura continua ad essere legata intimamente con san Giuseppe: secondo una improbabile leggenda il santo durante la fuga in Egitto abbandonò il suo lavoro di falegname e si industriò friggitore
Sempre a Roma per la questa ricorrenza,  i frittellari occupavano un’intera strada del quartiere Trionfale con enormi calderoni in cui friggevano vaporosi bignè e li farcivano con crema pasticciera. 
Questa festa era così sentita dal popolo romano, che è stata ricordata da poeti e scrittori come  Belli e Zanazzo.

Così racconta Giggi Zanasso.
Dunque, le frittelle preparate in ricorrenza del 19 marzo, ancora oggi, non sono invenzione moderna. 
Il friggitore di B. Pinelli 
(1809)
A Roma sparita i preparativi iniziavano dalla vigilia, quando tutti i friggitori allestivano i loro banchi, coperti di frasche, adornati con bandiere, lanternoni e anche sui banconi vengono posti dei fogli con stampati dei sonetti, destinati ai pochi che sapeva leggere.

In alcuni di questi sonetti anonimi si lodavano i bignè per i loro effetti miracolosi..ma leggiamo..


Per iniziare due versi di presentazioni, per farsi pubblcità si direbbe oggi.

Qua ’gni finale se guarisce tutto: Speciarmente chi ttiè’ ’ntaccato er petto. Bôna pasta, bbon ojo e mmejo strutto Ve lo dice er seguente mio sonetto. 


[Versione. con questi (bignè) si guarisce tutto: specilamente chi soffre di malattie di petto. Buona pasta, buon olio e il miglior strutto.Ve lo dice il seguente mio sonetto]

Sonetto n.1 Bigna venì’, sì, bigna venì’ da me,
Chi se vò le budella imbarsimà.
Avete tempo pe’ Roma a scarpinà,
Ché a sto posto bigna fermà er pie’.

Bigna sapé, perbrio, bigna sapé
Delle frittelle mie la qualità:
Le venne un cèco subbito a comprà
A capo a tre minuti ce vedé.

Là da Borgo uno stroppio se partì
Un sórdo e muto ce si accompagnò
Pe’ magnà le frittelle insina qui.

Le prese er muto e subbito parlò,
Quello che era sordo ce sentì,


E quello ch’era stroppio camminò(!).]

[Versione. 
Bignè vieni, sì vieni da me, chi si vuole mantenere le budella(sic)
Bignè sapete la qualità delle mie frittelle:
venne un cieco  a comprarle e in tre minuti cominciò a vederci.
Da Borgo uno storpio partì, un sordo e un muto si accompagnarono per mangiare le frittelle sino a qui
Le comprò il muto e subito parlo, il sordò ricominciò a sentire e lo storpio camminò.]

2° sonetto sempre dedicato: 
Agli amatori delle frittélle.


Venite qui belle giovanette
venite a mangiare le mie frittelle
[Venite tutte qui ciumache belle
Veniteve a magnà’ le mi’ frittelle]

Vieni, ti avanza o Popolo Romano
In questo spaccio di frittelle ameno
Vieni a gustar ciò che sa far mia mano
Con il volto pacifico e sereno (sic).
Non senti bollir l’olio da lontano,
Olio che di bontà ristora il seno?
E chi vuol bene mantenersi sano
Di frittelle mantenga il ventre pieno.

Vengano pur scherzevoli persone;
Ché le frittelle mie di riso e pasta
Troncherebbero il meglio e bel sermone.

Il mio lavor qualunque dir sovrasta:
L’eloquenza per fin di Cicerone
Diventerebbe muta e ciò ti basta.

Infine un Sonetto di Giuseppe Gioachino Belli
Il Poeta Belli aggiunge un'altra interessante nota di colore con il  sonetto dedicato proprio alle frittelle. Nei versi infatti si parla dell'uso di stampare un sonetto deidicato a questi saporiti dolci su un lunario da stamparsi  in foljo, termine tecnico di legatoria, o a libretto. Segno a Roma questa tipologia era in circolazione e che Belli tuttosommato li apprezzava, insieme alla frittelle ovviamente!!  

Er zonetto pe le frittelle

Se vede bbe’ cche ssei poveta, e vvivi
co la testa in ner zacco. Er friggitore
che cquest’anno ha er concorzo er piú mmaggiore
e nnun c’è ffrittellaro che l’arrivi,
è Ppadron Cucchiarella. Ôh, ddunque, scrivi
un zonetto pe llui, tutt’in onore
de quer gran Zan Giuseppe confessore,
protettor de li padri putativi. (2)
Cerchelo longo,  e nun compone  quello
che ffascessi  l’antr’anno  a Bbariletto
e ttrovassi  in zaccoccia a ttu’ fratello.
Ner caso nostro sce voría  un zonetto
a uso de lunario, da potello 
stampà in fojjo, e, cchi vvò, ppuro a llibbretto.

[Versione. Il sonetto per le frittelle. Si vede bene che sei poeta, e vivi con la testa nel sacco. Il friggitore che quest'anno ho il maggiore afflusso (di gente) e non c' è frittellaro che lo possa raggiungere, è padron Cucchiarella. O dunque scrivi un sonetto tutto per lui, tutto in onore di quel grande San Giuseppe confessore, protettore dei padri putativi. Cercalo lungo, e non comporre quello che hai fatto l'anno scorso a Bariletto e hai trovato in tasca a tuo fratello. Nel nostro caso ci vorrebbe un sonetto ad uso di lunario, da poterlo stampare in foljo, e chi vuole, pure a libretto.]
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NOTE. 1 Si vede bene. (2) Nel giorno di San Giuseppe sposo della Vergine, i cosí detti friggitori sfoggiano gran pompa ed appendono alle loro adobbate trabacche sonetti e anacreontiche, in onore di San Giuseppe e delle loro frittelle. Non è raro il veder queste paragonate fino alle stelle del firmamento. Né come può credersi il poeta vi manca pur mai alle lodi del frittellaio che gliene fa gustare in onorata mercede di ascrei sudori. Attalché di un tal friggitare Gnaccherino ebbesi una volta ad udire non esservi che «Un Sole in cielo e un Gnaccherino in terra». 3.Cercalo lungo.
 4.Comporre. 5.Facesti 6. L’altr’anno. 7.Trovasti. 8. Ci vorrebbe. 9.Poterlo.  10. Lunarj in foglio e lunarj a libretto : è il grido de’ venditori de’ lunari, chiamati i Bugiardelli .

13 marzo 2017

Roma sparita. Elemosine per l'incoronazione del Papa.

L'incoronazione del papa è sempre una grande festa e un'occasione speciale per la curia pontificia e il mondo cattolico.
A Roma sparita era speciale anche per il popolino
Curiosando nei testi di Giggi Zanazzo. 
Secondo un'antica tradizione, quando un nuovo papa era eletto si faceva un' elemosina a tutti i poverelli, sia uomini che donne. E a Roma sparita gli indigenti, i mendicanti erano proprio tanti!!
A tal proposito si seguiva un rituale che prevedeva l'entrata di tutti i postulanti nel cosìdetto Cortilone del Belvedere dentro il palazzo apostolico in Vaticano. Una folla che poi passava uno ad uno davanti a alcuni uomini incaricati dal papa neo-eletto di distribuire una moneta, consistente quasi sempre in un grosso.

C'erano però delle eccezioni! 
Una elemosina maggiore, ammontante ad un paolo (il doppio del grosso) veniva data alle donne gravide spesso accompagnate dai figlioli. 
Anche altre donne, con doti esteriori che attiravano l'attenzione degli uomini, che distribuivano l'elemosina erano premiate con il paolo. 
Immaginiamo il clamore che tale situazione poteva suscitare fra le donne romane senza peli sulla lingua (vedi a tal proposito anche il Sonetto di G.G.Belli Er grosso a Bbervedé).
Se invece per caso fra le monete da distribuire capitava un mezzo-grosso, venivano penalizzati  i vecchi, che dopo aver fatto la fila si ritrovavano in mano solo una monetina. 
Si trattava in tutti i casi di monete d'argento. 

Gli imbrogli
Oltre a questa disparità di trattamento, la distribuzione di monete ai poverelli dava luogo a imbrogli da parte degli incaricati di questa operazione. 
Insomma utilizzando la furbizia lucravano  qualche moneta dalla distribuzione di denaro. 
Mendicanti (a Roma),
inc. Corneille Michel II (Parigi 1642 - 1708)
disegno Annibale Carracci
Come? Le monete erano contenute in una specie di cartoccio (o rotolo) e  nel farle cadere nel bacile, si stringeva il cartoccio molto più in alto, e si accartocciava subito la carta, in modo tale che nel fondo restassero in mano alcune monete, che prontamente intascavano. 
Nel Sonetto che segue il Poeta romanesco Belli chiarisce il suo pensiero assolutamente contrario a queste umilianti elemosine e altresì denuncia, con la forza che contraddistingua spesso i suoi versi,  l'imbroglio fatto a danno dei poveri.

Er grosso dell'incoronazzione.

Duncue lo vôi sentì si pperché ttosso?
Perché dd’avanti all’arba inzin’a mmone
Sò stato a bbervedé lì de piantone
Iggnud’e ccrudo e cco la guazza addosso.
Eppoi quann’è stat’ora de dà er grosso
Cianno uperto un spirajjo de portone
Pe infilacce un’a uno ar cortilone,
Come se fa a l’agnelli er zegno rosso.
Ladri futtuti! a mmé mmezzo grossetto
M’hanno dato a lo sbocco der cortile,
E a cquarche ddonna poi fino un papetto. 2
E ar vortà li cartocci in ner bascile,
Se tienevano er fonno immano stretto
Rubbanno un cuartarolo oggni bbarile.3
7 gennaio 1832 - Der medemo

Cortile del Belvedere

[Versione. Dunque vuoi sapere perchè tossisco? Perchè prima dell'alba sono stato al belvedere come un piantone nudo e crudo e con la rugiada addosso.E poi quando è venuta l'ora di dare il grosso (moneta) ci hanno aperto uno
spiraglio del portone per infilarci uno ad uno nel cortilone, come si fa quando agli agnelli si fa il segno rosso. Ladri fottuti! A me mezzo grosso mi hanno dato all'uscita dal cortile, e a qualche donna invece fino a un papetto (altra moneta). E nel vuotare i cartocci (rotoli di monete) nel bacile, si tenevano il fondo stretto con la mano rubando un quartarolo per ogni barile.

Note

  1. Salta
     Nella ricorrenza dell’incoronazione del Papa si distribuisce un mezzo paolo di elemosina a chi si presenta. A questo fine s’introducono tutti i postulanti nel così detto Cortilone di Belvedere nel Vaticano, e facendoli passare ad uno ad uno è loro dato il grosso.
  2. Salta
     Ordinariamente le donne non prive di meriti esterni, e capaci di eccitare qualche sentimento di più ne’ pietosi animi de’ distributori, ottengono una elargizione maggiore della consueta, talora per cagioni anticedenti, talora per motivi susseguenti. Né poi è raro che tra la moltitudine de’ grossi siasi cacciato qualche mezzo-grosso, il quale la mala combinazione fa sempre toccare al vecchio o alla vecchia.
  3. Salta
     Gli onorevoli distributori, nel votare i cartocci nel recipiente d’onde si tolgono i grossi per distribuirli, sogliono stringerlo con la mano alquanto
    al di sopra del fondo, e poi intascano la cartaccia, ove talvolta rimane un quarto dell’intiero.

6 marzo 2017

Donne di Roma sparita senza peli sulla lingua

La prontezza nel rispondere a tono delle donne romane era ed è risaputa da tutti...Anche il teatro, cinema, letteratura hanno contribuito a rappresentare la figura di una popolana sempre pronta a dire la verità, a rispondere a tono sia alle altre donne popolane o nobildonne che siano, sia agli uomini con cui avevano a che fare. Mariti, fratelli ma non solo..

G.G. Belli e G.Zanazzo ci raccontano le donne del loro tempo

Sia Giggi Zanazzo, e prima di lui il Poeta Belli dedicano molta attenzione alle donne, sempre molto presenti sia nei Sonetti belliani che nei lavori di Zanazzo..
Una breve scenetta scritta da Giggi Zanazzo ci aiuta a ricostruire il carattere della donna romana
La protagonista è una ragazza che sicuramente doveva essere di bella presenza, che si reca in chiesa per purificare l’anima dai peccati, e si trova davanti un confessore un po’ troppo “invadente”.

Il prete, in maniera poco ortodossa, piuttosto che chiederle dei suoi peccati fa domande  che mettono in luce la curiosità morbosa, tipica di alcuni preti-confessori. 
Questa tipologia di sacerdoti sfruttava la posizione di superiorità che esisteva fra loro e i fedeli per carpire qualche segreto circa la sfera sessuale di quella, che in questo caso, credeva una ingenua ragazza, credulona e rispettosa dell'autorità.
Ma il prete forse non sapeva che nel confessionale c'era una romana de' Roma..senza peli sulla lingua.

Godiamoci questa divertente scenetta...

"Indove te róde grattete"

Dice che 'na vorta una bbella regazza s'agnede a cconfessà.
Er confessore ch'era un prete ggiovine j'incominciò a ffa' un sacco de domanne, de questo, de quello, e de quell'antro. Come se chiamava er padre, che mmestiere faceva, chi bbazzicava, eccetra ; la madre che ffaceva, quanti fratelli ciaveva e cche ffaceveno ; si llei faceva l'amore, con chi, eccetra eccetra.
La regazza abbozzò, abbozzò, e ccercò de risponne come potè mmejo a le domanne de quer ficcanaso der prete. Ma quanno questo se n'uscì cor domannaje si la notte quanno stava a lletto, indove tieneva le mano, lei spazzientita j'arispose :
Le tiengo in croce sur petto, e indove me rode me gratto.

[versione
Dove ha prurito grattati
Si racconta che una volta una bella ragazza andò a confessarsi.
Il confessore che era un prete giovane incominciò a fare un sacco di domande, chiedendo questo quello e quell'altro. Come si chiamava il padre, che mestiere faceva, chi bazzicava, etc; che faceva la madre, quanti fratelli aveva e che facevano; se lei faceva l'amore, con chi , etc..
La ragazza sopportò, sopportò, e cercò di rispondere come meglio potè alle domande del quel prete ficcanaso: ma quando questo se ne usci con domandarle se la notte quando stava a letto dove teneva la mano, lei spazientita gli rispose:
-Le tengo in croce sul petto, e dove mi prude, mi gratto.]


1 marzo 2017

Maritozzi a gogò per la quaresima e per la festa degli innamorati

Durante la Quaresima a Roma sparita, la Chiesa imponeva l'’osservanza di digiuni severissimi in segno di penitenza
E quando la sera si diffondeva per Roma sparita il suono delle campane che annunciavano l'inizio del periodo quaresimale, tutto il popolo aveva pronto un simpatico proverbio: "la campana suona a merluzzo". 
In quei lunghi 40 giorni a Roma sparita aumentava il consumo del baccalà, perchè ci si doveva astenere assolutamente dal consumare carne. Le uova, il formaggio e la stessa carne erano consentiti soltanto per anziani e malati, previo permesso scritto da parte del medico e del parroco. Tuttavia grazie a qualche monetina si riusciva ad aggirare l'ostacolo..
E così per chi era ligio a quanto imponevano i tanti divieti emanati dalle autorità ecclesiastiche rimanevano soltanto i ceci e il baccalà..
Per chi se li poteva permettere... vista la povertà in cui viveva la maggior parte della popolo, per il quale era quaresima tutto l'anno. 
Non solo. Per cena si usava mangiare ... un maritozzo (2), dolce tipico romano.  
E qualcuno era così devoto... da mangiarsene chissà quanti al giorno..

Così  riferisce, con la sua arguzia tutta romanesca,  Giggi Zanazzo, nei suoi "Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma" .

Come la festa  di S. Valentino ...
Un'altra usanza, che ci può far pensare alla attuale festa degli innamorati era quella di regalare il primo venerdì di marzo il «santo maritozzo» alla propria fidanzata, dalla forma «trenta o quaranta vorte ppiù ggranne de quelli che sse magneno adésso; e dde sopre era tutto guarnito de zucchero a ricami». 

SIMBOLI DELL'AMORE. Sul maritozzo ci potevano essere disegnati due cuori intrecciati, oppure due mani che si stringono, o un cuore trafitto da una freccia  («dù cori intrecciati, o ddù mane che sse strignéveno; oppuramente un core trapassato da una frezza»). Tutti simboli che si usavano nelle lettere scambiate fra innamorati. 
Dentro al maritozzo, qualche volta, ci si metteva dentro come dono un anello o altro oggetto d'oro. L'origine  del nome e' sicuramente una deformazione del nome marito...
In una canzoncina in uso a Roma sparita si diceva:

Minenti
«Oggi ch’è ’r primo Vennardì dde Marzo,
Se va a Ssan Pietro a ppija er maritòzzo;
Ché ccé lo pagherà ’r nostro regazzo».
E dde ’sti maritòzzi:
«Er primo è ppe’ li presciolósi;
Er sicónno pe’ li spósi;
Er terzo pe’ l’innamorati;
Er quarto pe’ li disperati».
«Stà zzitto, côre:
Stà zzitto; che tte vojo arigalàne3
Na ciamméllétta e un maritòzzo a ccôre».

[Traduzione 
Oggi che è il primo venerdì di Marzo,
si va a San Pietro a prendere il maritozzo
che ce lo pagherà il nostro ragazzo
E di questi maritozzi:
"il primo  è per chi ha fretta
il secondo è per gli sposi, il terzo per gl'innamorati
il quarto per i disperati
stai zitto, cuore
sta zitto che ti voglio regalare
una cimabelletta e un matirozzo fatto a cuore"]

E infatti certi maritòzzi in quel periodo erano fatti a forma di cuore.

Zanasso così definisce i Maritozzi: "pani di forma romboidale, composti di farina, olio, zucchero e talvolta canditure o anaci o uve passe. Di questi si fa a Roma gran consumo in quaresima, nel qual tempo di digiuno si veggono pei caffè mangiarne giorno e sera coloro che in pari ore nulla avrebbero mangiato in tutto il resto dell’anno."

Sono stati immortalati nel 1851 da Adone Finardi, che scrisse in dialetto romanesco un poemetto dal titolo «Li maritozzi che se fanno la Quaresima a Roma». 
marittozzi compaiono pure nella famosissimo sonetto di GG Belli " Er padre de li santi" .

Dice ancora Zanasso che a Roma sparita i ragazzi e le ragazze insieme alle minenti, cioè  popolane arricchite sempre molto vistose, che ci tenevano moltissimo ad esporre il loro status, andavano tutti a san Pietro ogni venerdì di marzo e con la scusa di sentire la  predica di qualche predicatore quaresimale , facevano conversazione, facevano l'amore e mangiavano proprio i maritozzi
E chi ci  andava acquistava l'indulgenza.Tutti i venerdì anche il papa era lì,  accompagnato dai cardinali che lo seguivano due alla volta, poi le guardie nobili, dagli svizzeri e anticamente dalle guardie urbane  (dette capotori). Arrivato a san Pietro si inginocchiava a rimaneva a pregare qualche mezz'ora. 

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(1) Attualmente questo dolce è costituito da pane morbido preparato con pinoli, uva e scorzetta d'arancia candita e eventualmente tagliato in due, per lungo, lo si completa con panna montata. 

17 febbraio 2017

Il carnevale a Roma sparita ovvero quando la trasgressione era consentita...


The Roman Carnival
 Wilhelm Wider 
(Stepenitz 1818 - Berlin 1884)
A Roma sparita, il popolo, i nobili, il clero aspettavano tutti il Carnevale perchè: «Semel in anno licet insanire».(=una volta all'anno è lecito impazzire)
E così per alcuni giorni la Chiesa consentiva di trasgredire le rigide norme di ordine pubblico, anche se le macchine di tortura, la «corda» e il «cavalletto» erano ben esposte come monito a non esagerare.  

Balli, feste, travestimenti  e soprattutto competizioni.  Nonostante i bandi e gli avvisi papali che cercavano di   regolamentare il carnevale, migliaia di persone di tutte le  estrazioni sociali si riversavano in piazza con una grande voglia di trasgressione e ..per dare vita ad uno spettacolo improvvisato. 
Ricchi, poveri, ecclesiastici, con maschere stravaganti si mischiavano nella folla, dimenticando ogni gerarchia sociale. In questi giorni si prendeva gioco di tutto e tutti, anche delle autorità pontificie e non solo! 
tortura del cavalletto
Tutto era concesso, un intervallo dai pesanti schemi che la vita quotidiana dell'epoca imponeva. 
Insomma per otto giorni era sconvolto ogni ordine sociale e religioso.

I luoghi del Carnevale a Roma.
Dopo il periodo Medioevale, il Carnevale a Roma fu riportato in auge alla fine del Quattrocento dal gaudente papa veneziano Paolo II Barbo (1417-1471), e in quegli anni lo sfarzo dato ai festeggiamenti romani superava persino quelli veneziani. 
Dopo il trasferimento della residenza pontificia a Palazzo Venezia avvenuta con questo papa, la maggior parte dei festeggiamenti carnascialeschi si concentrano nel centro storico ed in particolare nella Via Lata (attuale Via del Corso). 
Lo scenario principale ruotava intorno a questa via e alle strade circostanti. 
E così per chi se lo poteva permettere, c'era la possibilità di affittare lochi, cioè posti a sedere, proprio lungo via del Corso e di partecipare alla festa andando in giro con le carrozze. 
La Commedia dell’arte, le sfilate in maschera, i Giochi Agonali, i carri allegorici, i tornei e le giostre, le attesissime corse dei cavalli berberi e la finale festa dei moccoletti coinvolgevano tutta la popolazione, richiamando viandanti e curiosi da mezzo mondo.

La mossa dei barberi,
dipinto di G.F.Perry, 1827
Il carnevale si apriva con un corteo ufficiale delle autorità e delle maschere che sfilavano lungo l'antica via Lata,  attuale via del Corso, dove si alternavano teatrini improvvisati e maschere tradizionali, ispirate anche alla vita quotidiana.

La corsa dei cavalli berberi
Molto apprezzata da romani e forestieri era la famosa “corsa dei barberi”
I berberi erano cavalli dalla corporatura bassa e robusta che venivano lanciati senza fantino da Piazza del Popolo fino a Piazza Venezia (per fermare la corsa dei cavalli veniva steso un telone). Il proprietario del cavallo che arrivava primo riceveva una somma di denaro e un broccato d’oro con cui si ricopriva il dorso del cavallo.  
Proprio il nome di via del Corso deriva  da questi festeggiamenti.
La fine del Carnevale e i moccolletti.
A partire dal '700, il carnevale a Roma sparita finiva sempre con la battaglia dei “moccoletti”
Il  popolo invadeva strade  e piazze tenendo in mano un moccolo (=candela) racchiuso in paralume di carta.  
Il gioco consisteva nel cercare di spegnere il moccolo altrui. Poveretto chi rimaneva con il  moccolo spento!! Era infatti sottoposto ad ingiurie di ogni tipo, a cui non poteva reagire e spesso i festeggiamenti finivano in rissa. 
 E il mercoledì delle ceneri spesso affollavano le chiese persone ubriache e malconce.

Fine del rito 
Il rito liberatorio del Carnevale si prolungò anche in epoca postunitaria, sotto la protezione della Regina Margherita, con splendide sfilate in costume e nuove, divertenti maschere come quella del Generale Mannaggia La Rocca.
Tuttavia, Roma capitale era divenuta una città sovraffollata, e i problemi di ordine pubblico cominciavano a emergere. 
La prima a risentirne fu la corsa dei Berberi. Quando nel 1874 tredici persone furono travolte e due uomini uccisi dai cavalli, sotto gli occhi delle Loro Maestà, la giunta Venturi decretò la fine della corsa, e con essa del Carnevale romano. 
Come scriveva Trilussa, «Leva il tarappatà, leva la gente, leva le corse... e la baldoria è morta, er Carnevale s’ariduce a gnente».


Il rito degli ebrei per Carnevale
Curiosando nei testi di Giggi ZanazzoSi racconta un'antica tradizione romana che voleva che il primo giorno di carnevale il capo rabbino del ghetto andasse a riverire il Senatore, cioè il più alto rappresentante delle istituzioni comunali a Roma (carica soppresso nel 1870), e s'inchinasse davanti a lui con la testa per terra.
Allora il Senatore  metteva un piede sulla testa del rabbino, oppure lo mandava via con un calcio nel sedere come  benvenuto.
Con il tempo questa usanza meschina e umiliante imposta agli ebrei andò sparendo, e in cambio gli ebrei furono obbligati a pagare tutti i palii, cioè i drappi che si davano in premio al vincitore della corsa dei cavalli berberi, che si faceva appunto negli otto giorni di carnevale.
moccoletti al Corso,
Ippolito Caffi, 1850 c.
Sempre  Zanasso riferisce anche alcuni particolari del commercio ambulante che avveniva nelle strade, nei vicoli, nelle piazze di Roma durante il carnevale. 
Si  scherzava per le strade con lanci di coriandoli, di «mazzettacci» (bouquet di povero verdurame), e di «confettacci», pastiglie di gesso colorato. 
E il venditore di questi ultimi, il confettacciaro così gridava per commercializzare la sua merce:
Confetti, conféee! Chi vvô’ li confèttii? 

Sempre per le strade di Roma sparita risuonavano le grida di chi affittava sedie o luoghi adatti a godersi lo spettacolo: Chi vô llòchi?

Infine l'ultimo giorno di Carnevale, i venditori di móccoli promuovevano la loro preziosa merce dicendo: È acceso er moccolo!

28 gennaio 2017

Leggenda sul nome del papa. Dopo l'elezione va cambiato altrimenti porta male....


Un'altra leggenda di Roma sparita  riguardava il papa appena eletto: se costui non avesse cambiato il suo nome di battesimo si credeva che avrebbe potuto morire poco dopo la sua elezione..
Giggi Zanazzo e il nome del papa.
A Roma sparita circolava la storia di quei pontefici, che non si erano voluti cambiare il nome di battesimo, e di lì a pochi giorni dall'incoronazione erano andati a far terra per i ceci (...ito a ffa’ terra pe’ cceci...), cioè erano andati sottoterra.
Non era stato sempre così...La decisione di cambiare il nome di battesimo,  viene attribuita a un papa lontanissimo nel tempo. 
Poichè si chiamava Mercurio, nome di un dio pagano, decise di cambiarsi il nome e così quando fu eletto, nel 533, scelse di chiamarsi Giovanni II.
Il secondo papa che cambiò nome dopo l’elezione, il cosìdetto Nome pontificale, fu Ottaviano dei conti di Tuscolo che nel 956, succeduto a soli 18 anni ad Agapito II, si fece chiamare Giovanni XII.
(E fu un papa che nè combinò di tutti i colori...)
Pinturicchio (1503-1508) 
Incoronazione Pio III, Siena  
Dopo di lui tutti i successori presero l'abitudine di cambiar il loro nome. 

Il papa che non cambiò il suo nome morì presto...
Fino ad arrivare a Marcello Servio, papa con un importante... curriculum, che per dare un segnale di continuità con quanto aveva fatto da cardinale, eletto papa il 9 aprile del 1555 volle continuare a chiamarsi Marcello II.
Non cambio quindi il suo nome...
E tutte le attese originate dalla sua sensibilità religiosa, dalle sue straordinarie qualità morali e intellettuali restarono deluse: il precario stato di salute di Marcello II, fu subito compromesso dall'attivismo dimostrato e dall'assidua frequentazione delle pratiche devozionali della settimana santa.
Un grave peggioramento si ebbe già nella terza settimana di pontificato e morì improvvisamente la notte fra il 30 aprile e il 1° maggio 1555. 
Poveretto !! Erano passati solo 21 giorni dall'elezione al pontificato... 
Questo episodio fu così preso a dimostrazione della validità della leggenda popolare sul nome del papa...