Roma sparita

20 maggio 2017

Piazza Montanara, quando i barbieri facevano la barba ai "burini"


In varie piazza di Roma sparita, addossate ai muri delle case, si potevano vedere quattro-cinque sedie in fila, a far da bottega per altrettanti barbieri.

Due asciugamani, una sedia, un rasoio, una bottiglia d'acqua e voilà...ci si poteva sbarbare con pochi soldi ...
Ebbene sì, almeno fino ai primi del '900 questo mestiere era esercitato anche per la strada.
A piazza Montanara, al Foro Boario, al Campo Vaccino e sotto il Portico d’Ottavia..insomma nei luoghi dove si radunavano i contadini che si offrivano per il "mercato delle opere" (nell'800 le "opere" erano i lavori dei campi) era sempre presente questa figura del barbiere di strada...
Ovviamente questo tipo di servizio si rivolgeva ai più poveri.




I barbieri della meluccia

Con la solita ironia tipicamente romana, questi barbieri di strada erano chiamati, per scherzo, della meluccia, in quanto aguzzando l'ingegno per tagliere le spesso durissime barbe dei loro clienti, avevano inventato un metodo singolare: mettevano una piccola mela in bocca ai clienti..per far rigonfiare le guance e lavorare meglio.

La meluccia era sempre la stessa e passava di bocca in bocca, e se la mangiava l'ultimo che arrivava. E a volte era botte proprio per arrivare..ultimo.
Nell'assoluta mancanza di norme igieniche!
Per farsi radere una barba, lunga anche varie settimane, si pagava un bajocco.

Il siparietto della rasatura in mezzo alla strada era un vero proprio spettacolo anche per i passanti: il barbiere con due dita stringeva la punta del naso e lo ritirava su e giù, secondo come gli faceva più comodo nell'operazione di rasatura.
Ogni momento lasciavano il cliente col naso per aria, sia per affilare il rasoio alla "codetta" attaccata alla spallina della sedia, e sia per rispondere a questo e a quello e per..sputare sentenze!!

E così il povero villano che stava sotto, con la faccia tutta impiastrata di sapone, che costava un bajocco a libbra, stava lì rassegnato, cogli occhi al cielo, senza respirare, per paura di qualche sgarro alla gola.

Il cliente che si era rasato, s'asciugava alla manica della camicia e un altro burino si sedeva, mentre il barbiere strillava "Sotto a chi tocca..."



Piazza Montanara ovvero la piazza dei "burini"
Uno dei luoghi che richiamava questo genere di servizi era la famosa piazza Montanara: la piazza dei burini a giornata.

La piazza, scomparsa per l’ apertura della Via del mare (1934), andava da Via della Bocca della Verità a via Montanara (tuttora esistente, anche se ridotta rispetto all’originale).
Il nome deriva dalle proprietà della famiglia Montanari, e non ai buzzurri che vi sostavano da tempi antichi, in quanto trattavasi dell'antico mercato delle granaglie d'epoca romana.
Spesso persone provenienti da regioni povere, come abbruzzesi, molisani, ciociari la bazzicavano già all'imbrunire, in quanto la piazza cominciava ad animarsi e ci si preparava a passare la notte alla meno peggio accanto alla fontana in attesa dei caporali e sfruttatori che prestissimo la mattina avrebbero offerto un lavoro a giornata, pesante da ammazzare un bue...

E proprio attorno a questa povera umanità, alla ricerca disperata di un lavoro, si offrivano servizi come quello del barbiere e non solo....

Le botteghe dei barbieri
Ovviamente a Roma c'erano anche i barbieri di riguardo, con tanto di salone, che erano erano dei veri e propri centri culturali, ritrovi dove si apprendevano le ultime notizie, dove si discuteva dei temi correnti della politica, dell’arte, dei fatti ed intrighi della Curia.
Il barbiere aveva una sua autorità, un suo prestigio nel rione, perché era colui che sapeva tutto, dava consigli: passava insomm
a per un uomo colto. 

9 maggio 2017

Arriva a Roma lo zar Nicola I e la satira si scatena (1845)

Il popolo romano era (ed è) famoso per la sua arguzia, per l'ironia e per la satira feroce contro i governanti, gli ecclesiatici, i potenti della terra e non solo...
A Roma sparita, visto che le spie avevano orecchie lunghesi esercitava comunque  la satira però in forma anonima, grazie alle statue parlanti (Pasquino, Marforio. abate Luigi, madama Lucrezia).

Visita dello zar di tutte le Russie.
Un episodio che suscitò una forte ironia è quello che riguarda la seconda visita dello zar Nicola I (1796– 1855a Roma.
Proprio per questa occasione sono rimasti celebri i pungenti versi, attribuiti a Pasquino, riguardanti proprio questo importante personaggio...

Firenze la giuliva, fa festa quando arriva
Napoli che sa l'arte, fa festa quando parte.
Roma che pensa bene, l'ha ...in culo quando parte e quando viene.

A Roma ovviamente giungeva spesso in visita sovrani e personaggi provenienti da molte nazioni estere. Questo nonostante le difficoltà che comportavano ogni tipo di spostamento in quelle epoche.
Tra il 13 e il 17 dicembre 1845 è in visita a Roma l'Imperatore di tutte le Russie, lo zar Nicola I. 
Come prima tappa in Italia, il 23 ottobre 1845, lo zar e la zarina, accompagnati dalla figlia Olga, erano approdati a Palermo, dove Aleksandra Fedorovna doveva trascorrere un periodo di riposo e di cura.
Dopo poco di più di un mese Nicola I, lascia la zarina in Sicilia, e sulla strada del ritorno in Russia, decide di fermarsi a Roma. 

Cronaca di Roma parla di Madre Macrina e della persecuzione verso i cristiani
Questa notizia trova conferma in un'opera molto importante per ricostruire la vita romana dell'Ottocento: la Cronaca di Roma, redatta da Nicola Roncalli, il quale in data 2 novembre 1845 conferma la notizia dell'arrivo dello zar e del clamore che avrebbe suscitato tale visita.
Perchè tanto clamore? L'0pinione pubblica era scossa dalla notizia di alcuni episodi di persecuzione avvenuti nei confronti delle monache cristiane. 
A denunziare la terribile situazione  era stata madre Maccrina, badessa delle monache basiliane di Minsk, nella Polonia russa. 
Dopo essere stata a Parigi, Macrina giunge a  Roma, dove va ad abitare nel convento del sacri Cuore a Trinità dei Monti, e viene ricevuta dal papa Gregorio XVI 
Si diceva che la monaca avesse riferito i fatti al cardinal Mezzofanti, famoso poliglotta dell'epoca, e confermato i tormenti sofferti da lei stessa e dalle sue compagne, come avevano riportato i giornali e le cronache del tempo. 
Anche se c'era il sospetto che quanto riportato fosse falso!!
Malgrado queste premesse non certo favorevoli allo zar, il «Diario di Roma» del 13 dicembre 1845  riporta la notizia che: 
«Questa mattina, circa le ore 5, è giunta in questa Capitale, proveniente da Napoli, S.M. Nicolò I Imperatore di tutte le Russie e Re di Polonia, sotto il titolo di General Romanoff. La M.S. ha preso alloggio al palazzo Giustiniani, residenza della I. e R. Legazione Russa».*

Il Papa Gregorio XVI decide di ricevere lo zar.
Interessante quanto scrive Roncalli a proposito della visita dello zar e del comportamento che si riteneva avrebbe tenuto Gregorio XVI
«Si vuole che l'imperatore di Russia venga in Roma quanto prima. Si riflette sulla situazione del Papa per la venuta di tale sovrano, facendosi il caso che questi vada ad ossequiarlo. Si conchiude che il Papa per togliersi d'impaccio, si fingerà malato».
E in effetti il Papa fu decisamente in imbarazzo su come accogliere il sovrano, e per questo riunì il concistoro dei cardinali. 
Diplomaticamente i cardinali gli consigliarono di evitare l'incontro e di fingersi malato. 
Il Papa però non si trovò d'accordo e la sua risposta fu secca e decisa:

"Non ho mai finto e non lo farò ora. Per parte mia utilizzo le lacrime, le preghiere, è questo è tutto ciò che ritengo a me permesso"».

Grazie al clamore suscitato da questo arrivo e ai contemporanei che ne scrissero  abbiamo la possibilità di seguire lo zar nel corso di questo soggiorno romano minuto dopo minuto.
I due colloqui che lo zar ebbe con il Papa Gregorio XVI testimoniano dell'inevitabile valenza politica che il viaggio aveva acquistato, ma non vi è dubbio che Nicola I approfittò di questi cinque giorni per visitare la bellissima Roma in lungo e in largo. 
E come cicerone potè avvalersi del cavalier Pietro Ercole Visconti, commissario per le Antichità. 

Anche Gogol riferisce della visita dello zar
Come testimoniano alcune lettere dello scrittore e drammaturgo ucraino Gogol l'intera comunità russa residente a Roma e in particolare gli artisti furono mobilitati e non avrebbe potuto essere diversamente. 
Dopo una prima visita al Papa, il soggiorno romano di Nicola I si chiuse con un secondo incontro con Gregorio XVI, segno evidente che il Pontefice, malgrado la fermezza delle sue richieste perché terminassero le persecuzioni contro i cattolici, aveva suscitato una grande impressione sullo zar.
Veduta di Roma
dal Pincio
Scrive Roncalli: 
«La dignità e cordialità con cui si congedò dal vegliardo capo della Chiesa cattolica, anzi il medesimo prolungamento del suo soggiorno nella città eterna, parlano per il suo onore e lasciano sperare che questi giorni non resteranno senza benefiche conseguenze. L'imperatore è troppo grande per non apprezzare la vera grandezza, anche là dove la sua apparizione un poco lo sorprenda». 

Lo zar approfitta dela visita per vedere Roma
Nicola I, come accennato, non manco' di visitare la citta'. 
La Cronaca del Roncalli ci consente di seguire da vicino gli spostamenti del sovrano che: 
«Alle ore 10 ant. dei 16 dicembre (...) usci' da palazzo (...) e si porto' alla pubblica esposizione de' quadri alla piazza del Popolo. (...) Si porto' quindi allo studio dello scultore Wicar al Vicolo del Vantaggio ed uscendone, a piedi, fece la nuova passeggiata di Ripetta, visitando altro studio di un russo. Visitati altri studi di scultura, si diresse alla basilica di S. Paolo sulla via Ostiense».
Infine prima di recarsi dal Papa per la visita di congedo Nicola I non aveva voluto rinunciare alla consueta passeggiata al Pincio e da lì guardare per l'ultima volta lo spettacolo che si godeva sulla città eterna. 
Era il 17 dicembre 1845...e Roma era veramente bellissima!!!
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*Il Roncalli, inoltre, dedicò al soggiorno dello zar anche un resoconto specifico dal titolo Le cinque giornate che S.M.I. di Nicolo' I° Imperatore di tutte le Russie e Re di Polonia passo' in Roma nell'anno 1845 dal 13 a tutto il 17 dicembre a Roma, pubblicato a stampa nel 1972 

29 aprile 2017

Roma sparita. Il 1° maggio e il ballo dei guitti.

Statua parlante
Madama Lucrezia
La festa del 1° maggio in europa nasce il 20 luglio 1889, e precisamente a Parigi. Durante il congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese, nasce l'idea di organizzare una grande manifestazione in una data stabilita, che in seguito ricorderà l'impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori.
Una scelta simbolica: tre anni prima infatti, il 1 maggio 1886, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, era stata repressa nel sangue. 

Già prima di tutto questo, a Roma sparita maggio era un mese in cui i romani festeggiavano in allegria contagiati dall'arrivo della primavera. E  forse rimaneva un antico ricordo delle tradizione di roma antica legate alla primavera, al risvegliarsi della natura, alle feste legate al mondo rurale...che si festeggiavano a fine aprile -inizio di maggio

Curiosando nei testi di Giggi Zanazzo.  In questo periodo dell'anno a Roma sparita c'era un appuntamento imperdibile il ballo dei guitti .
Si svolgeva proprio il 1 maggio vedeva una vasta partecipazione del popolo romano come sempre pronto a festeggiare e a divertirsi.

Ne parla  Giggi Zanasso definendola una  festarella, che però già alla sua epoca, doveva essere solo un ricordo.

Il luogo stabilito per radunarsi e partecipare al ballo dei guitti era piazza San Marco davanti alla statua di Madama Lucrezia
Era questa una delle famose statue parlanti di Roma, che in occasione del 1 maggio veniva adornata con collane di aglio e cipolla, nastri di tutti i colori, carote.
Il ballo costituiva uno spettacolo molto divertente che rapidamente attraeva gente di tutte le categorie sociali.
B. Pinelli- Saltarello, ballo romano
La festa si svolgeva così. Prima di tutto i  guitti mimavano un gioco simile a quello chiamato "a fà li sposi". Ogni uomo si doveva scegliere una donna qualunque come finta sposa, quindi ogni coppia, prima di cominciare a ballare, si presentava davanti a Madama Lucrezia e faceva finta di sposarsi, come se la statua fosse il sindaco o il curato. 
Poi davanti alla statua di madama Lucrezia si cominciava a ballare e si poteva veder di tutto..mendicanti, artisti di strada, tipi eccentrici che si agitavano quasi in un rituale dionisiaco.... 
Nonostante si trattasse del ballo di guitti, non c'erano soltanto miserabilima anche coppie che si fingevano tali.
E la folla che assisteva al ballo era affascinata proprio da queste coppie vistosamente addobbate  e formate da bellissime popolane del rione Monti, che destavano molta ammirazione negli uomini presenti. 

C'erano poi anche i veri guitti... coppie formate da sbandati, da mendicanti, da artisti di strada, donne con gambe a X, gobbi e gobbe. 
Che divertimento per il pubblico intorno vedere tutti questi sgorbi ballare il saltarello!! E non mancavano le coppie di vecchi bacucchi, di sciancati che si infervoravano anche loro a ballare, facendo boccacce e gesti strani che sembravano divertire anche la imperturbabile madama Lucrezia... Insomma risate a crepapelle!

Wilhelm Marstrand,
Salterello,1869 (collezione privata)
Il Saltarello era la danza popolare tradizionale in voga a Roma nell’Ottocento, caratterizzata da movimenti rapidi e vivaci eseguiti con i piedi e con le braccia: alzate in alto, con le mani sui fianchi, prendendo il grembiule (per la donna) con una mano e agitandolo disteso davanti a sé con le due mani. Si ballava in due, al suono della chitarra o del tamburello, nelle osterie e all’aperto in occasione della fine di lavori agricoli come la vendemmia, la mietitura o la raccolta delle fragole. Caratteristica del saltarello era il passo saltato o bilanciato eseguito saltando ora su un piede ora sull’altro, sul posto o spostandosi in avanti e indietro oppure girando su sé stessi. Il salto era sottolineato da un colpo più deciso del tamburello.

18 aprile 2017

Er macellaro romano e il quinto quarto


I cuochi e le massaie romane hanno creato un vero paradiso gastronomico con poco...
Il quinto quarto, in altre parole lo scarto, gli avanzi dei tagli effettuati dai macellai sono entrati prepotentemente in alcune delle ricette romanesche più famose, che vengono preparate proprio con quella che una volta era considerata la carne dei poveri: coda alla vaccinara, rigatoni con la pajata, animelle fritte, testina al forno, trippa. 

Quinto quarto.

Oltre ai quattro quarti del bovino, che contengono i vari tagli pregiati di carne, dalle fettine al girello, dal piccione alle bistecche di lombo e di costa, dal filetto allo stufatino e così via, esiste un quinto quarto costituito dalle parti che un tempo soddisfacevano una cucina povera, molto povera.
Infatti nel quinto quarto rientrano il fegato, la pajata, la milza, i polmoni, il cuore, il lombatello (posto tra fegato e polmone), la testina e gli zampi di vitello, la coda, i granelli (testicoli), il rognone (reni), le animelle, gli schienali, i torcioli (pancreas), la trippa.
Questo termine ci parla quindi di quello che rimane dalla macellazione delle bestie, tagliate in due mezzene, poi ridotte in quarti con in più  ciò che resta. 
Dopo un periodo di fortuna, le frattaglie conobbero un periodo di scomparsa, dal ’700. 

Mattatoio a Roma
A riportarle in auge, a Roma, fu il Mattatoio, costruito nel 1890 a Testaccio, destinato a restituire igiene alle strade dove sangue e interiora di animali provocavano forti miasmi.  
Però il primo mattatoio fu inaugurato nel 1825 addirittura a piazza del Popolo, dove oggi è la caserma dei Carabinieri. 
Proprio a quel mattatoio hanno fatto capo i macellari fino al 1890, quando arrivò quello a Testaccio, ampliato con frigoriferi nel 1918, a fronte di via Aldo Manuzio.
Nei suoi quasi 100 anni di vita il Mattatoio resuscitò a Testaccio un filone di cucina povera ma molto molto saporita. 
Addirittura le categorie più povere di lavoratori venivano compensate anche con un soldo in natura: “il quinto quarto”. 
Trippe, rognoni, animelle nelle osterie venivano trasformate in piatti gustosi e grintosi. Una tradizione che non ha mai abbandonato la tavola dei romani.
E così fra la fine dell'800 e il '900 nacquero tantissime trattorie nei dintorni del Mattatoio di Testaccio, specializzate proprio nella preparazione di questi piatti. 
Il Mattatoio ormai ha chiuso ma a Testaccio  alcuni ristoranti sopravvivono, mantenendo viva la tradizione della cucina rpomana.

Il Macellaro di Roma sparita

Nella Roma popolare il macellaro era un personaggio importante ed emblematico, ce lo racconta Zanazzo  (Roma 1860 - 1911), il bibliotecario e studioso appassionato, che descrisse le tradizioni e il folklore romano con poesie, opere teatrali, novelle, leggende e proverbi. 
Zanazzo fra tutti i venditori di generi alimentari lo giudica il più simpatico, spiritoso, burlone.
Famosi sono i siparietti incentrati proprio su questo personaggio romano.
1a scenetta
Quando le serve per darsi arie da signore disprezzavano la carne offerta dal macellaro romano, allora la sua risposta non si faceva attendere:

 Come! — je dice —’sto pézzo de scannéllo nun te fa? Abbada che tte sei fatta propio scontenta! Da quanno cascassi pe’ le scale, che tte so’ ccresciuti queli du’ bbozzi in pètto, nun ce se pô ppiù ccombatte... Zitta; vié’ qua: si’ bbôna; ché mmó tte contenta Checchino tuo. Dimme indove la vói: in der cularcio o in der fracoscio?... Qui? Brava! 
Allora tagliava un pezzo di carne, magari il peggio che aveva nella bottega, chiamava il ragazzino, e gli diceva: Avanti, regà’, allarga la spòrta a ’sta bbellezza, infilejece drento la carne: ccontentemela bbene, veh?...

Un’altra serva :
 Ahó nun me dà’ la carne come jeri, che quanno la cacciai da la pila, s’era aritirata tutta.

E er macellaro, serio serio:
 Eh cche tte fa specie? Tutta la carne bbôna, còcca mia, quann’ha ffatto l’obbrigo suo, s’aritira.

Un’altra, gli domanda:
 Ciai pormóne?
— Pormóne, nossignora: è tterminato. L’ho vvennuto tutto a le moniche de San Rocco. Stammatina je passa la visita er cardinale; e lloro cé se so’ allustrata la ggibbérna.

Un’altra serva gli dice che la carne che ha preso il giorno avanti, non era tenera.
E llui:
— Cócca mia, nun te fa ssentì’ ddì’ ’ste resìe! La carne che tte do io, è un butiro, una ’giuncata!

2a scenetta

Dar macellaro
B. Pinelli
Il carnacciaro 

che vende 
scarti 
di macelleria 
per i gatti

La serva- Sei sordo? du' braciole de filetto,
e tu me dai 'sta cosa spuzzolosa?

Er macellaro - Puzza? Eh, ve puzzerà quarch'antra cosa:
là... ciarimane sempre quer tanfetto.

Che tono avete arzato, sora Rosa!
Giàa, da quanno cascassivo da' letto,
che ve crescerno 'sti du' bozzi in petto,
ve sete fatta propio profidiosa.


La serva- Sta fermo co' le mano! E 'ste braciole?
Er macellaro - Ecchele, si le vòi; mica te posso
roppe' un quarto pe' du' braciole sole.
Ciò 'n pezzo de merollo, maa! ben fatto:

si lo volete ve lo do senz'osso!
La serva E' troppo inacidito: dall'ar gatto!


E quando non aveva altro da dire, il macellaro con il coltello affilato in pugno, recitava questa filastrocca:

Sta carne è come l’arsura,
che ogni bucio attura,
purifica, specifica, dolcifica,

magnifica, scarcagnifica ..

Ammazza er vèrmine
ccrèpa la cratura:
vvi scanza li péli de la bbarba!».




28 marzo 2017

Il precetto pasquale ovvero come il parroco controlla chi non si confessa e non fa la comunione...


Quando arrivava la santa Pasqua a Roma sparita  era obbligatoria l’osservanza del precetto pasquale.
Almeno una volta l’anno e precisamente nel periodo pasqualedalla domenica delle Palme alla domenica in Albis, tutti i fedeli cristiani erano tenuti a confessarsi e a prendere l'ostia benedetta, solo nella parrocchia di appartenenza.  
Il precetto pasquale, cioè la confessione e comunione 
obbligatoria per tutti i cattolici, a Pasqua era imposto come un dovere morale, anzi un obbligo giuridico, dalla Chiesa.
Per agevolare tutti, il parroco amministrava  continuamente, ed in tutte le ore della mattina, la comunione ai suoi parrocchiani.
Chi non si confessava e comunicava  almeno una volta all'anno sarebbe incorso nella pena dell’interdetto cioè l'impossibilità da vivi di entrare in  chiesa e da morti della privazione della sepoltura ecclesiastica. 

I parroci controllavano i parrocchiani tramite la distribuzione di biglietti
Responsabili di questa, come dire, operazione precetto pasquale erano i tanti parroci di Roma sparita
Proprio perché conoscevano bene le anime della loro parrocchiaera compito loro controllare capillarmente se tutti si comportavano da buoni cristiani.  
E così erano gli stessi parroci che facevano consegnare dal sagrestano ad ogni parrocchianoal momento di prendere il sacramento, un biglietto che valeva da attestato del precetto rispettato… 
Poi terminato il periodo pasquale, giravano  a raccogliere per le case
Certificato di avvenuta confessione
del precetto pasquale
Parrocchia di S.Caterina della Rota (1861)
questi biglietti, che i parrocchiani avrebbero dovuto gelosamente custodire. 
 
Figuriamoci gli imbrogli, le false giustificazioni, le astuzie e i trucchi di ogni tipo a cui dava luogo questo sistema "fiscale".  
Proprio per controllare  i parrocchiani, che volevano fare i furbi, a Roma sparita (ma anche nelle altre province dello stato pontificio vigeva lo stesso regime) nessuno poteva confessarsi e comunicarsi in altro luogo se non nella propria parrocchia, né si potevano presentare attestati di altri parroci. E tutti quelli che si confessavano e comunicavano solo a Pasqua erano detto pasqualini.

Raccolta dei biglietti e guai per chi non lo aveva Finita la pasqua, durante la quaresima erano sempre i parroci che stendevano uno Stato delle anime, relativo alla loro parrocchia
Comunione 
degli apostoli
Recandosi personalmente in case, osterie, botteghe e locande, controllavano così che tutti i romani adulti e battezzati, ad eccezione dei pubblici peccatori, si confessassero e ricevessero la comunione. Si trattava in sostanza di un registro in cui venivano scritti i dati anagrafici e religiosi dei parrocchiani. Questi censimenti ante litteram, sia pure molto imprecisi e redatti con finalità di controllo della popolazione, rappresentano una preziosa fonte per conoscere il numero e la composizione degli abitanti della Roma pontificia.  
C'era comunque, anche dopo pasqua, la possibilità di salvarsi in extremis...  
Terminato però anche il periodo di proroga, il giorno dopo la pentecoste (cioè cinquanta giorni dopo Pasqua) ogni parroco inviava una lista con i nomi degli inadempienti al Vicariato.
Però, poichè spesso i parroci erano corrotti, il criterio seguito nello stendere la lista era lacunoso. Nell'elenco infatti si trovavano esclusivamente nomi di povera gente,  e nel caso in cui il parroco fosse stato onesto e avesse messo nella lista anche i trasgressori, cioè i ricchi, i nobili  allora ci pensava addirittura il potente cardinal Vicario a cancellarli con un colpo di spugna dalla lista.

Il tribunale del Vicario si occupa degli inadempienti. La fase successiva prevedeva che i parrocchiani disobbedienti venissero invitati, entro i seguenti 12 giorni a presentarsi al tribunale del Vicariato per giustificare il loro comportamento, in caso contrario si sarebbe proceduto all'interdetto.
Il potere religioso così andava a braccetto co quello giudiziario. 
Infatti tutta questo sistema, che partiva nelle chiese, era poi seguita dal tribunale del Vicario, che, in conclusione, si interessava di stendere un listone degli scomunicati e di farlo affiggere nel portico della chiesa di san Bartolomeo all'isola, il 25 agosto.
A. Pinelli, Chiesa di  
San Bartolomeo all'Isola
Questo è solo uno dei casi significativi di come i preti nella Roma sparita  entravano pesantemente nella sfera privata del popolo povero, ignorante, superstizioso, affamato, e timoroso dell'autorità che circondava la figura del parroco. Costui proprio grazie a questi metodi esercitava un potere capillare sulle anime a lui affidate.

Imbrogli per il biglietto
Questo sistema a Roma sparita 
nascondeva imbrogli, trucchi, falsificazioni come già detto prima. 
Lo racconta Giggi Zanazzo, e prima di lui il Poeta Giuseppe Gioachino Belli
Entrambi infatti  denunciano la corruzione dei preti, nonchè del sistema più in generale di far finire nelle  liste solo i poveracci, che non avendo soldi, non potevano pagare nessuna elemosina per comprarsi un biglietto. La denuncia comprendeva poi anche il fiorente commercio di biglietti che passavano facilmente di mano in mano (vedi la poesia di G.G. Belli Li Chìrichi).

23 marzo 2017

Personaggi di Roma sparitia: er sor Capanna

Un personaggio famosissimo nella Roma del primo '900 è stato il Sor Capanna
Nato a  Roma il 9 aprile 1865, nel popolare rione di Trastevere, in via del Verderame (l'attuale via Luciano Manara), la storia di Pietro Capanna si presta a parecchie riflessioni.
La vicenda umana e artistica di questo personaggio romano è infatti esemplificativa delle difficili condizioni  e della precarietà in cui si viveva all'epoca...
Gli inizi
Il giovane Pietro, nato in una famiglia modesta, iniziò a lavorare come garzone di macellaiomuratore, ceraiolo...
Un incidente sul lavoro gli procurò una grave congiuntivite, che lo rese quasi cieco e lo costrinse a portare degli enormi occhiali affumicati (empirico rimedio praticato in quei tempi) e ad abbandonare il lavoro.
Primi provvedimenti per la tutela dei lavoratori. 
Dal punto di vista della tutela dei lavoratori si era però agli albori. 
Eppure nel 1898 il Legislatore – sulla traccia indicata dai Paesi europei più evoluti – si era posto il problema della tutela dell’integrità fisica dei lavoratori, con la “Legge sull’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro (L. 12 marzo 1998, n. 30)”, preoccupandosi di riparare le conseguenze nefaste dell’incidente sul lavoro, derivanti dalla crescente industrializzazione del Paese. E l'anno dopo, nel 1899, veniva assicurata la tutela della integrità fisica del prestatore d’opera con il “Regolamento generale per la prevenzione degli infortuni (R.D. 18 giugno 1899, n. 230)”
Purtroppo restavano esclusi dalla disciplina prevenzionistica tutto il settore del commercio, la maggior parte delle piccole imprese industriali e l’intero settore dell’agricoltura. 
La vicenda di cui stiamo parlando si svolge a Roma tra fine Ottocento e primi del 900. 
La situazione a Roma nel primo Novecento
Roma era diventata capitale d'Italia nel 1871 in cinquant’anni, dal 1861 al 1911, l’industrializzazione del Paese, sia pur limitata per lo più ad alcune zone del nord e delle regioni centrali, consentì all’Italia di partecipare al movimento espansivo dell'economia europea. I progressi dell'Italia sono innegabili. 
A Roma però la situazione era diversa. 
I nuovi governanti avevano infatti trovato una situazione di arretratezza nello stato governato da pontefici.
Certamente c'era laboratori artigiani, piccole officine, ma la precarietà delle condizioni di lavoro era grande, anche se la situazione economica  stava migliorando in conseguenza degli investimenti voluti dalla nuova classe al governo, soprattutto per quanto concerne l'edilizia, settore trainante nella città che era diventata capitale d'Italia e quindi doveva espandersi.
Stornelli romani
Lo stornello romano è una forma di canto popolare, spesso con delle rime. Nei primi anni dell'Ottocento se ne scrivono moltissimi, tutti di elevato livello. Inizialmente lo scopo dello stornello è il contenuto amoroso, poi si vira verso lo "sfottò", la presa in giro, insomma la satira tanto diffusa tra i romani.. 
Gli stornelli  si inseriscono nel panorama della musica popolare italiana, che diviene lo strumento per eccellenza della creatività romana. 

Nati spesso dall’improvvisazione e dall’estro del momento, venivano cantati nelle osterie, ma anche dalle donne da balcone balcone e dai carcerati di Regina Coeli. 
Lo stornello romano, di solito breve e immediato, viene poi ripreso e tramandato dai cantori di strada, dai carrettieri o venditori ambulanti. 
Ma è nell’Italia del dopoguerra e dei vari festival della canzone, ai quali partecipano cantanti, nel cui repertorio troviamo gli stornelli, che questo tipo di espressione popolare romana acquista fama e grande diffusione in tutt’Italia.

Capanna, invalido e disoccupato inventa un personaggio di successo
Tornando a Pietro Capanna c'è da dire che si ritrovò ad affrontare la difficile situazione di invalido disoccupato!  
Ma come si sa lnecessità aguzza l'ingegno e per sbarcare il lunario si inventò un nuovo...lavoro.
Capanna cominciò a fare il suonatore ambulante di chitarra e cantastorie fuori dalle osterie. Cantava stornelli per lo più di sua invenzione, sulla linea delle tradizione popolare romana.  
Capanna, ultimo autentico interprete di desideri e umori popolari, andava in giro per le strade, si fermava nelle osterie spesso insieme alla sua compagna, cantava riferendosi alla cronaca locale. 
Non solo... il suo spirito corrosivo aveva toni critici verso gli amministratori della cosa pubblica. 
Così la precaria situazione economica del momento e, più tardi, la non meno precaria situazione politica trovano spazio nei suoi versi corrosivi. 
Il cantastorie Capanna non trascurava alcun aspetto della vita pubblica cittadina e nazionale: tutto poteva denunciare con la sua vena poetico-musicale davvero sorprendente.
Molti testi di Capanna entreranno nel repertorio di Petrolini, attore e affabbulatore straordinario.

La satira del Sor Capanna
La novità dei suoi stornelli era costituita dunque dalla satira che c'era nei suoi versi.
Si ispirava ai fatti di cronaca, lanciando sferzanti satire contro i personaggi della politica e i dettami della moda, con un po' di licenziosità. 
Andava in giro per le strade e a pranzo e cena entrava nelle taverne cantando, con una piccola compagnia di artisti di avanspettacolo ed arte varia che gli faceva da spalla, che in città si muoveva servendosi di un pittoresco carrozzone trainato da un cavallo (Pantalone).
Era apprezzatissimo.
Anche il look era azzeccato, il paio di occhiali scuri diventeranno famosi come "segno di riconoscimento".
Il successo per le sue semplici strofe fu tanto grande tanto da essere stampate su biglietti e cartoline andavano a ruba. 
Intanto si era sposato con Augusta Sabbatini, che diventerà il suo braccio destro, guidandolo negli spostamenti.
L'apice del successo viene raggiunto nei primi anni del '900, quando importanti tematiche politiche (Guerra di Libia, Prima Guerra Mondiale, ecc.) offrono all'autore nuovi soggetti verso i quali arrotare la sua tagliente vena satirica. 
Capanna e Petrolini
Nel 1913 viene portato sul palcoscenico della Sala Umberto da Ettore Petrolini, allora stella nascente, che lo presenta come "il suo maestro"
Sor Capanna inciampa però sempre più spesso nelle maglie della censura, tanto da essere fermato dalla polizia e subire varie volte il sequestro del suo strumento di lavoro.
Logorato da una vita dura, nell'ottobre 1921 Pietro Capanna è colto da infarto mentre si esibisce. Ricoverato, muore pochi giorni dopo, a soli 56 anni, lasciando dietro di sé non il solo repertorio delle sue strofe, pur cospicuo, ma un vero e proprio solco artistico, di cui in seguito seppero approfittare vari altri autori, alcuni dei quali poi divenuti a loro volta celebri.


19 marzo 2017

Roma sparita. 19 marzo. La festa di San Giuseppe fra frittelle, sonetti e lunari.


Il friggitore di frittelle
nel giorno di  S. Giuseppe
(A.Pinelli 1832)


 Il 19 marzo, festa di San Giuseppe a  Roma  sparita era  festa grande.
Quel giorno in tutte le case dei  cristiani battezzati c'era l'usanza, a  pranzo, di mangiare le frittelle. 

Siamo in periodo di quaresima e per un giorno si rompeva il regime d’astinenza e si tornava al piacere della tavola imbandita. 

San Giuseppe 
è il santo collegato con i famosi dolci fritti, perché come racconta un' improbabile voce di popolo, aveva fatto anche il  friggitore.

La storia della festa di San Giuseppe 
Secondo la tradizione San Giuseppe, patrono dei falegnami e artigiani, è anche protettore dei poveri, per la condizione precaria nella quale vide venire al mondo il figlio. In questo giorno di marzo, si ricorda la sacra coppia di giovani sposi, arrivati in un paese straniero, in attesa del loro Bambino, che si videro rifiutare la richiesta di un riparo per il parto. 
In ricordo della violazione del sentimento dell'ospitalitàin alcune regioni viene ricordato questo brutto gesto con l'allestimento di un banchetto speciale dove i poveri sono spesso serviti dal padrone di casa. 

E a Roma la festa di San Giuseppe ha sempre avuto grande importanza. 
Sulla scia dell'antica Roma, quando il 17 marzo era dedicato alla festa delle Liberalia, dedicata al Liber Pater, divinità della Terra e dell’uomo; i giovani compiuti i 16 anni si recavano nel tempo dedicato sul colle Aventino indossando la toga virile, e dopo una cerimonia di iniziazione venivano reputati uomini adulti, pronti a crearsi una famiglia e fare figli. In segno di devozione si offrivano in dono alla divinità, e come buon auspicio ai partecipanti, pani e dolci di farina di grano fritti in olio e si ardevano falò per allontanare il freddo e il buio della stagione invernale. 
Poi il Cristianesimo sostituì la festa pagana con quella dedicata ad un altro padre simbolo, il padre putativo di Gesù, San Giuseppe
E questa festa divenne simultanea ai Baccanali, che si svolgevano alla vigilia dell’equinozio di primavera, riti dionisiaci licenziosi con lo scopo di propiziare la fertilità. 

Tra le chiese di Roma intitolate a San Giuseppe, la più antica è San Giuseppe dei Falegnami al Foro, dove anticamente si svolgeva una doppia festa: quella del santo e quella degli artigiani di cui il santo è protettore. 
La confraternita dei Falegnami, fino agli anni ’70,  organizzava solenni festeggiamenti e banchetti per strada a base di frittelle e bignè, da cui il detto romano “San Giuseppe frittellaro”. 
E proprio la frittura continua ad essere legata intimamente con san Giuseppe: secondo una improbabile leggenda il santo durante la fuga in Egitto abbandonò il suo lavoro di falegname e si industriò friggitore
Sempre a Roma per la questa ricorrenza,  i frittellari occupavano un’intera strada del quartiere Trionfale con enormi calderoni in cui friggevano vaporosi bignè e li farcivano con crema pasticciera. 
Questa festa era così sentita dal popolo romano, che è stata ricordata da poeti e scrittori come  Belli e Zanazzo.

Così racconta Giggi Zanasso.
Dunque, le frittelle preparate in ricorrenza del 19 marzo, ancora oggi, non sono invenzione moderna. 
Il friggitore di B. Pinelli 
(1809)
A Roma sparita i preparativi iniziavano dalla vigilia, quando tutti i friggitori allestivano i loro banchi, coperti di frasche, adornati con bandiere, lanternoni e anche sui banconi vengono posti dei fogli con stampati dei sonetti, destinati ai pochi che sapeva leggere.

In alcuni di questi sonetti anonimi si lodavano i bignè per i loro effetti miracolosi..ma leggiamo..


Per iniziare due versi di presentazioni, per farsi pubblcità si direbbe oggi.

Qua ’gni finale se guarisce tutto: Speciarmente chi ttiè’ ’ntaccato er petto. Bôna pasta, bbon ojo e mmejo strutto Ve lo dice er seguente mio sonetto. 


[Versione. con questi (bignè) si guarisce tutto: specilamente chi soffre di malattie di petto. Buona pasta, buon olio e il miglior strutto.Ve lo dice il seguente mio sonetto]

Sonetto n.1 Bigna venì’, sì, bigna venì’ da me,
Chi se vò le budella imbarsimà.
Avete tempo pe’ Roma a scarpinà,
Ché a sto posto bigna fermà er pie’.

Bigna sapé, perbrio, bigna sapé
Delle frittelle mie la qualità:
Le venne un cèco subbito a comprà
A capo a tre minuti ce vedé.

Là da Borgo uno stroppio se partì
Un sórdo e muto ce si accompagnò
Pe’ magnà le frittelle insina qui.

Le prese er muto e subbito parlò,
Quello che era sordo ce sentì,


E quello ch’era stroppio camminò(!).]

[Versione. 
Bignè vieni, sì vieni da me, chi si vuole mantenere le budella(sic)
Bignè sapete la qualità delle mie frittelle:
venne un cieco  a comprarle e in tre minuti cominciò a vederci.
Da Borgo uno storpio partì, un sordo e un muto si accompagnarono per mangiare le frittelle sino a qui
Le comprò il muto e subito parlo, il sordò ricominciò a sentire e lo storpio camminò.]

2° sonetto sempre dedicato: 
Agli amatori delle frittélle.


Venite qui belle giovanette
venite a mangiare le mie frittelle
[Venite tutte qui ciumache belle
Veniteve a magnà’ le mi’ frittelle]

Vieni, ti avanza o Popolo Romano
In questo spaccio di frittelle ameno
Vieni a gustar ciò che sa far mia mano
Con il volto pacifico e sereno (sic).
Non senti bollir l’olio da lontano,
Olio che di bontà ristora il seno?
E chi vuol bene mantenersi sano
Di frittelle mantenga il ventre pieno.

Vengano pur scherzevoli persone;
Ché le frittelle mie di riso e pasta
Troncherebbero il meglio e bel sermone.

Il mio lavor qualunque dir sovrasta:
L’eloquenza per fin di Cicerone
Diventerebbe muta e ciò ti basta.

Infine un Sonetto di Giuseppe Gioachino Belli
Il Poeta Belli aggiunge un'altra interessante nota di colore con il  sonetto dedicato proprio alle frittelle. Nei versi infatti si parla dell'uso di stampare un sonetto deidicato a questi saporiti dolci su un lunario da stamparsi  in foljo, termine tecnico di legatoria, o a libretto. Segno a Roma questa tipologia era in circolazione e che Belli tuttosommato li apprezzava, insieme alla frittelle ovviamente!!  

Er zonetto pe le frittelle

Se vede bbe’ cche ssei poveta, e vvivi
co la testa in ner zacco. Er friggitore
che cquest’anno ha er concorzo er piú mmaggiore
e nnun c’è ffrittellaro che l’arrivi,
è Ppadron Cucchiarella. Ôh, ddunque, scrivi
un zonetto pe llui, tutt’in onore
de quer gran Zan Giuseppe confessore,
protettor de li padri putativi. (2)
Cerchelo longo,  e nun compone  quello
che ffascessi  l’antr’anno  a Bbariletto
e ttrovassi  in zaccoccia a ttu’ fratello.
Ner caso nostro sce voría  un zonetto
a uso de lunario, da potello 
stampà in fojjo, e, cchi vvò, ppuro a llibbretto.

[Versione. Il sonetto per le frittelle. Si vede bene che sei poeta, e vivi con la testa nel sacco. Il friggitore che quest'anno ho il maggiore afflusso (di gente) e non c' è frittellaro che lo possa raggiungere, è padron Cucchiarella. O dunque scrivi un sonetto tutto per lui, tutto in onore di quel grande San Giuseppe confessore, protettore dei padri putativi. Cercalo lungo, e non comporre quello che hai fatto l'anno scorso a Bariletto e hai trovato in tasca a tuo fratello. Nel nostro caso ci vorrebbe un sonetto ad uso di lunario, da poterlo stampare in foljo, e chi vuole, pure a libretto.]
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NOTE. 1 Si vede bene. (2) Nel giorno di San Giuseppe sposo della Vergine, i cosí detti friggitori sfoggiano gran pompa ed appendono alle loro adobbate trabacche sonetti e anacreontiche, in onore di San Giuseppe e delle loro frittelle. Non è raro il veder queste paragonate fino alle stelle del firmamento. Né come può credersi il poeta vi manca pur mai alle lodi del frittellaio che gliene fa gustare in onorata mercede di ascrei sudori. Attalché di un tal friggitare Gnaccherino ebbesi una volta ad udire non esservi che «Un Sole in cielo e un Gnaccherino in terra». 3.Cercalo lungo.
 4.Comporre. 5.Facesti 6. L’altr’anno. 7.Trovasti. 8. Ci vorrebbe. 9.Poterlo.  10. Lunarj in foglio e lunarj a libretto : è il grido de’ venditori de’ lunari, chiamati i Bugiardelli .