Roma sparita

21 maggio 2018

Roma sparita. Riti per l'Ascensione di Gesù.



Giotto-Ascensione di Gesù
La  festa dell'Ascensione di Gesù  si colloca di norma 40 giorni dopo la Pasqua.
In base a quanto narrato dal Nuovo Testamento, l'Ascensione è l'ultimo episodio della vita terrena di Gesù: questi, quaranta giorni dopo la sua morte e risurrezione, è asceso al cielo. 
Questa ricorrenza è celebrata in tutte le confessioni cristiane e, insieme a Pasqua e Pentecoste, è una delle solennità più importanti del calendario ecclesiastico.
A Roma sparita questa importante festa cristiana era caratterizzata da alcune credenze molto particolari.

Curiosando nei testi di Giggi Zanazzo. La vigilia dell'Ascensione veniva vissuta come un momento importante non solo per la tradizione cristiana, ma anche per la vita del popolino credulone, superstizioso e sempre in balia di eventi tragici e inspiegabili: malattie, disgrazie, catastrofi etc.
Così ogni occasione era buona per mettere in atto una serie di semplici gesti dettati dalle credenze popolari di cui le famose "comari" romane sapevano tutto.
La Maddonna andava in giro di notte.
Per una tradizione tramandata chissà da quando e da chi,  il popolo credulone doveva prendere un uovo fresco, metterlo un piccolo canestro, con dentro acceso un lumino, e ciò fatto depositarlo fuori della finestra all'aria notturna.

Si credeva infatti che la Madonna, nella notte,  andasse in giro qua e là e quando passava davanti alle case benedisse l'uovo.
Il giorno dopo si doveva prendere l'uovo, romperlo e dentro ci si sarebbe trovata cera vergine.
Questa sostanza diventava così miracolosa e si doveva conservare come una reliquia
Acquisiva infatti, non si sa come,  il potere di tenere lontani dalla casa i fulmini e le saette, e cosa ancora più importante tutte le disgrazie
E addirittura serviva anche a guarire le malattie!!

Erano tempi in cui ci si attaccava a tutte le superstizioni per allontanare da sè le disgrazie e le malattie!! 
Così importanti occasioni religiose erano accompagnate da una serie di riti e superstizioni cui il popolo credeva per allontanare la sfiga!!
Accanto al canestrello con l'uovo e il lume acceso,  fuori della finestra era in uso mettere anche un secchio d'acqua.
Ovviamente quest'acqua diventava benedetta, e  la mattina dopo, giorno dell'Ascensione, sarebbe stata utilizzata per lavarsi e si sarebbe dovuta bere. 
L'acqua che rimaneva si conservava, perchè era una mano santa per i dolori alle gengive e per tanti altri malanni.


20 maggio 2018

Roma sparita. La cura dei denti.

Un altro grave problema a Roma sparita era la cura dei denti. 
Per preservarli da qualunque malanno i rimedi indicati dalle comari, di cui si fidava Giggi Zanazzo, la soluzione era di sciacquarli mattina e sera con il piscio caldo. Si proprio così!!!
Questo liquido serviva anche a mantenerli bianchi e puliti.

Altro elemento che faceva bene ai denti era la polvere del pane abbrustolito, e anche la polvere di carbone, la cenere del sigaro e il bicarbonato in polvere.

Quando facevano male poi perchè erano cariati faceva bene metterci sopra un mozzicone di sigaro, oppure sciacquarsi la bocca con l'acquavite
Un altro rimedio che era considerato una manosanta era questo: si doveva prendere un osso di pesca, metterlo sulla cenere calda a riscardarlo e poi metterlo in bocca dalla parte del dente che doleva, e il dolore si calmava.
Un altro rimedio riguardava quella che si chiamava tignola dei denti, cioè le carie. In questo caso si doveva comprare un pentolino piccolo, e farci bollire un pò di radice di salvia, radice di ortica, e mezza fojetta di aceto buono
frate Orsenigo
Si faceva ridurre questo liquido alla quantità di mezzo bicchiere, e con questo ci si doveva sciacquare i denti e le carie sarebbero sparite...
Frate Orsenigo
In casi gravi, tutti però sapevano che ci si poteva recare all'Isola tiberina accanto alla chiesa di San Bartolomeo. Qui aveva aperto un ambulatorio un frate - dentista, detto cavadenti, che con metodi risoluti cavava i denti senza tanti complimenti.
Si chiama Giovanni Battista Orsenigo, ed era nato a Pusiano (Como) nel 1837, aveva fatto la terza elementare ed era figlio di macellaioAll' ordine si era presentato con 38 libri e 12 ferri per denti. 
Oltre alla gente comune molti personaggi dell' epoca ricorrevano alle sue tenaglie, che in alcuni casi erano il pollice e l'indice. Sfilarono, dal 1868 al 1903, davanti al frate i denti sconquassati di Giolitti, di Crispi, di Ruggero Bonghi, di Carducci quando era ospite dell' editore Angiolino Sommaruga in via Due Macelli. 
Orsenigo poi andò al Quirinale al dolente richiamo della regal bocca della Regina Margherita, a papa Leone XIII senza che se ne accorga, porta via un molare, così pure alla divina cantante Adelina Patti. Quando andò in Vaticano per la piorrea di un Monsignore, Pio IX lo volle conoscere, gli disse che anche lui vorrebbe aver bisogno del suo tocco fatato ma che, peccato!, i denti non ce li aveva più. Orsenigo lavorava praticamente gratis, anche se non disdegnava qualche offerta dai benestanti.
Frate Orsenigo ebbe grande notorietà nella Roma Umbertina di fine Ottocento e la sua fama varcò l’Oceano, al punto da finir segnalato ne “Il Guinness dei primati” in quanto, avendo preso a collezionare i denti che estraeva nell’Ambulatorio dell’Ospedale Fatebenefratelli all’Isola Tiberina, riuscì a metterne assieme oltre due milioni: per l’esattezza, ad una conta effettuata nel 1903, ossia l’anno prima della morte, erano già arrivati a 2.000.744.
Dall'Isola Tiberina  Orsenigo non si mosse mai più, continuando ininterrottamente a cavar denti fino all'anno 1904 che lo colse la morte. Nessuno s'azzardò mai ad assegnargli altri incarichi o ad inviarlo in altre Comunità, in quanto lo si riteneva assolutamente insostituibile in quell'ormai mitico Gabinetto Dentistico datogli accanto alla spalletta di Ponte Quattro Capi.

9 maggio 2018

Roma sparita. La cena "sabbatina"



 Osteria romana (Achillle Pinelli)
A Roma sparita c'era un'antica usanza: quella della cena sabbatina. 
La sera del sabato, rigorosamente dopo la mezzanotte, si andava a mangiare all'osteria trippa e altri cibi considerati di grasso.

Curiosando nei testi di Giggi Zanazzo. Soprattutto gli artigiani (spesso chiamati artisti) la sera del sabato, dopo aver preso la paga, si davano appuntamento e andavano a godersi l'agognato riposo. 
Come? Facendo serenate alle belle donne romane o giocandoa carte e al tipico gioco da osteria chiamato la passatella. Al tocco della mezzanotte poi tutti a mangiare, a bere e a ubriacarsi all'osteria, soprattutto quelli che terminavano di lavorare nella tarda serata del sabato .
Così a Roma sparita la cena sabbatina era una cena abbondante (di grasso) (spesso di frattaglie) che si faceva dopo la mezzanotte del sabato.

Dopo il venerdì di magro si festeggiava.
osteria da Carlone
Questa usanza era dettata dal desiderio del popolo romano di festeggiare con una bella mangiata, il giorno che veniva dopo il venerdì (e gli altri giorni proibiti), quando si doveva mangiare di magro, in quanto il precetto della Chiesa cattolica imponeva l'astinenza dalle carni.
Il pesce era ammesso durante l'astinenza, per cui il venerdì era il giorno in cui tradizionalmente si consumava pesce nei paesi a maggioranza cattolica. 
Ma per il popolo romano questo tipo di dieta era proibitiva a causa dei costi.  Quindi vista la povertà generalizzata e dato che spesso il cibo era scarso e povero, si approfittava di qualche soldo guadagnato per godersi anche un momento di svago all'osteria.
Insomma al precetto imposto dalla religione e alle umili condizioni di vita, si rispondeva con la solita furbizia e voglia di trasgressione, spostando alla serata di sabato il momento di abbandono ai piaceri della tavola e non solo.
Questa usanza riflette l’ingegno di coloro che cercavano di aggirare il digiuno di precetto della vigilia, soprattutto se terminavano di lavorare nella tarda serata del sabato. Già durante il pontificato di Innocenzo X (papa dal 1644 al 1655) si apriva d'estate la paratoia vicina alla fontana del Moro, a Piazza Navona, e si inondava la piazza per metà, per permettere alla gente di sguazzare e giocare nell’acqua fino a mezzanotte, ora in cui il rintocco delle campane annunciava che era finalmente arrivata l’ora della cena sabatina (detta alla romana sabbatina).
Purtroppo però l'abitudine di Roma sparita della cena sabbatina  aveva una temibile conseguenza: spesso gli artigiani sciupavano tutto il guadagno della settimana e  rimanevano a secco. Ne soffriva anche la loro famiglia che per altri sette giorni, cioè fino al sabato appresso, doveva tirare la cinghia, col pericolo che si ricominciasse da capo. 
"Baccanale a Testaccio" B. Pinelli
Figuriamoci le comari romane quanto erano contente nel vedere i loro uomini uscire di sera e sperperare all'osteria i pochi soldi che dovevano servire per tutta la famiglia! 

Curiosando nelle poesie di G.G.Belli. E alla cena sabbatina  dedica un sonetto anche Giacchino Belli , intitolato proprio: La Sabbatina, dove si riporta un dialogo fra madre e figlio. Quest'ultimo sta uscendo proprio per andare a mangiare trippa, e vuole i soldi per andare all'osteria a gozzovigliare insieme alle donne poco oneste, che frequentavano queste compagnie di notte.

Oggi l’usanza della “sabatina” è tramontata, ma il modo di dire è rimasto (anche se poco conosciuto) e si dice di persone, appunto, che amano mangiare e bere smoderatamente.

15 aprile 2018

Roma sparita. Il 25 aprile, san Marco e le cerase


Raccolta delle ciliegie in una miniatura del Tacuinum sanitatis del XIV secolo
Fra le tante leggende che si raccontavano a Roma sparita, una aveva per protagonista un papa  capriccioso e prepotente.
Non possiamo dire chi e quando, perchè del suo nome si è perso il ricordo.. ma in tempi lontani proprio un papa fu  preso da una forte voglia di mangiare ciliege. 
Questa leggenda, che attribuisce al pontefice un desiderio bizzarro ma nello stesso tempo perentorio (spesso attribuito alle donne incinte capricciose in conseguenza del loro stato),  calca la mano su un aspetto che accompagnava il potere a Roma sparita (e non solo qui e in quei tempi): quello di volere e potere ottenere tutto e subito...
Al contrario del popolo che con la testa bassa vedeva, subiva e mandava giù questi comportamenti e questi potenti..salvo poi sentirli glorificati come benefattori e come eventi miracolosi nelle prediche dei preti... 
Come dire.... cornuti e mazziati!!!

Curiosando nei testi di Giggi Zanazzo. Si racconta che tutti i domestici del papa, dal cuoco ai servitori si mobilitarono per trovare questi pregiati frutti, ma era il 25 aprilela stagione non era quella giusta per vedere i rami pieni pieni di ciliegie. 
Un fidato e volenteroso giardiniere si ricordò che nel giardino c'era un albero di ciliege e così  andò ad ispezionare se per caso fosse già maturato qualche frutto. 
Mentre controllava  l'albero di ciliegie, che però era vuoto, gli apparve San Marco. 
Emmanuel Tzanes, 
San Marco Evangelista, 1657
Va ricordato che il 25 aprile è il giorno in cui si festeggia questo santo.  Così San Marco chiese al giardiniere cosa stesse cercando. Il giardiniere riferì del papa, della sua voglia di ciliege e del trambusto generale alla ricerca del frutto introvabile. 
Si racconta così che il santo, commosso da tanta devozione per il papa, benedisse l'albero accanto a sé e al giardiniere. Sui rami spuntarono allora miracolosamente grappoli di ciliege in grande quantità. 
Il desiderio del papa fu così soddisfatto e da allora tutti i papi mangiarono ciliege nel giorno di San Marco per ricordare il miracolo. 
E altrettanto fecero tutti i buoni cristiani, anche a costo di spendere cifre esorbitanti per acquistare la dolce primizia. 

Basilica di san Marco a Venezia
statua di san Marco
San Marco è il Santo Patrono di Venezia le cui reliquie, che si trovavano in terra islamica ad Alessandria d'Egitto, furono avventurosamente traslate a Venezia nell'anno 828 da due leggendari mercanti veneziani: Buono da Malamocco e Rustico da Torcello.
Per trafugare ai Musulmani il prezioso corpo (l'Islam riconosce e venera a sua volta Cristo e i Santi), i due astuti mercanti lo nascosero sotto una partita di carne di maiale, che passò senza ispezione la dogana a causa del noto disgusto per questa derrata imposto ai seguaci del Profeta.
Ieri come oggi, le reliquie erano un potente aggregatore sociale; inoltre attiravano pellegrini e contribuivano a innalzare il numero della popolazione nelle città, effetto molto importante per un urbanesimo agli albori che stentava ad affermarsi sulle popolazioni prevalentemente rurali.
Ogni reliquia era quindi bene accetta assieme a chi la recava e quella di San Marco lo fu particolarmente a Venezia, in quanto proprio quel Santo, mentre era in vita, avrebbe evangelizzato le genti venete divenendone Patrono ed emblema sotto forma di leone alato.


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vedi L.Zanasso e la leggenda XXVIII nel volume: Novelle, favole e leggende romanesche.



Personaggi di Roma sparita: er sor Capanna

Un personaggio famosissimo nella Roma del primo '900 è stato il Sor Capanna
Nato a  Roma il 9 aprile 1865, nel popolare rione di Trastevere, in via del Verderame (l'attuale via Luciano Manara), la storia di Pietro Capanna si presta a parecchie riflessioni.
La vicenda umana e artistica di questo personaggio romano è infatti esemplificativa delle difficili condizioni  e della precarietà in cui si viveva all'epoca...
Gli inizi
Il giovane Pietro, nato in una famiglia modesta, iniziò a lavorare come garzone di macellaiomuratore, ceraiolo...
Un incidente sul lavoro gli procurò una grave congiuntivite, che lo rese quasi cieco e lo costrinse a portare degli enormi occhiali affumicati (empirico rimedio praticato in quei tempi) e ad abbandonare il lavoro.
Primi provvedimenti per la tutela dei lavoratori. 
Dal punto di vista della tutela dei lavoratori si era però agli albori. 
Eppure nel 1898 il Legislatore – sulla traccia indicata dai Paesi europei più evoluti – si era posto il problema della tutela dell’integrità fisica dei lavoratori, con la “Legge sull’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro (L. 12 marzo 1998, n. 30)”, preoccupandosi di riparare le conseguenze nefaste dell’incidente sul lavoro, derivanti dalla crescente industrializzazione del Paese. E l'anno dopo, nel 1899, veniva assicurata la tutela della integrità fisica del prestatore d’opera con il “Regolamento generale per la prevenzione degli infortuni (R.D. 18 giugno 1899, n. 230)”
Purtroppo restavano esclusi dalla disciplina prevenzionistica tutto il settore del commercio, la maggior parte delle piccole imprese industriali e l’intero settore dell’agricoltura. 
La vicenda di cui stiamo parlando si svolge a Roma tra fine Ottocento e primi del 900. 
La situazione a Roma nel primo Novecento
Roma era diventata capitale d'Italia nel 1871 in cinquant’anni, dal 1861 al 1911, l’industrializzazione del Paese, sia pur limitata per lo più ad alcune zone del nord e delle regioni centrali, consentì all’Italia di partecipare al movimento espansivo dell'economia europea. I progressi dell'Italia sono innegabili. 
A Roma però la situazione era diversa. 
I nuovi governanti avevano infatti trovato una situazione di arretratezza nello stato governato da pontefici.
Certamente c'era laboratori artigiani, piccole officine, ma la precarietà delle condizioni di lavoro era grande, anche se la situazione economica  stava migliorando in conseguenza degli investimenti voluti dalla nuova classe al governo, soprattutto per quanto concerne l'edilizia, settore trainante nella città che era diventata capitale d'Italia e quindi doveva espandersi.
Stornelli romani
Lo stornello romano è una forma di canto popolare, spesso con delle rime. Nei primi anni dell'Ottocento se ne scrivono moltissimi, tutti di elevato livello. Inizialmente lo scopo dello stornello è il contenuto amoroso, poi si vira verso lo "sfottò", la presa in giro, insomma la satira tanto diffusa tra i romani.. 
Gli stornelli  si inseriscono nel panorama della musica popolare italiana, che diviene lo strumento per eccellenza della creatività romana. 

Nati spesso dall’improvvisazione e dall’estro del momento, venivano cantati nelle osterie, ma anche dalle donne da balcone balcone e dai carcerati di Regina Coeli. 
Lo stornello romano, di solito breve e immediato, viene poi ripreso e tramandato dai cantori di strada, dai carrettieri o venditori ambulanti. 
Ma è nell’Italia del dopoguerra e dei vari festival della canzone, ai quali partecipano cantanti, nel cui repertorio troviamo gli stornelli, che questo tipo di espressione popolare romana acquista fama e grande diffusione in tutt’Italia.

Capanna, invalido e disoccupato inventa un personaggio di successo
Tornando a Pietro Capanna c'è da dire che si ritrovò ad affrontare la difficile situazione di invalido disoccupato!  
Ma come si sa lnecessità aguzza l'ingegno e per sbarcare il lunario si inventò un nuovo...lavoro.
Capanna cominciò a fare il suonatore ambulante di chitarra e cantastorie fuori dalle osterie. Cantava stornelli per lo più di sua invenzione, sulla linea delle tradizione popolare romana.  
Capanna, ultimo autentico interprete di desideri e umori popolari, andava in giro per le strade, si fermava nelle osterie spesso insieme alla sua compagna, cantava riferendosi alla cronaca locale. 
Non solo... il suo spirito corrosivo aveva toni critici verso gli amministratori della cosa pubblica. 
Così la precaria situazione economica del momento e, più tardi, la non meno precaria situazione politica trovano spazio nei suoi versi corrosivi. 
Il cantastorie Capanna non trascurava alcun aspetto della vita pubblica cittadina e nazionale: tutto poteva denunciare con la sua vena poetico-musicale davvero sorprendente.
Molti testi di Capanna entreranno nel repertorio di Petrolini, attore e affabbulatore straordinario.

La satira del Sor Capanna
La novità dei suoi stornelli era costituita dunque dalla satira che c'era nei suoi versi.
Si ispirava ai fatti di cronaca, lanciando sferzanti satire contro i personaggi della politica e i dettami della moda, con un po' di licenziosità. 
Andava in giro per le strade e a pranzo e cena entrava nelle taverne cantando, con una piccola compagnia di artisti di avanspettacolo ed arte varia che gli faceva da spalla, che in città si muoveva servendosi di un pittoresco carrozzone trainato da un cavallo (Pantalone).
Era apprezzatissimo.
Anche il look era azzeccato, il paio di occhiali scuri diventeranno famosi come "segno di riconoscimento".
Il successo per le sue semplici strofe fu tanto grande tanto da essere stampate su biglietti e cartoline andavano a ruba. 
Intanto si era sposato con Augusta Sabbatini, che diventerà il suo braccio destro, guidandolo negli spostamenti.
L'apice del successo viene raggiunto nei primi anni del '900, quando importanti tematiche politiche (Guerra di Libia, Prima Guerra Mondiale, ecc.) offrono all'autore nuovi soggetti verso i quali arrotare la sua tagliente vena satirica. 
Capanna e Petrolini
Nel 1913 viene portato sul palcoscenico della Sala Umberto da Ettore Petrolini, allora stella nascente, che lo presenta come "il suo maestro"
Sor Capanna inciampa però sempre più spesso nelle maglie della censura, tanto da essere fermato dalla polizia e subire varie volte il sequestro del suo strumento di lavoro.
Logorato da una vita dura, nell'ottobre 1921 Pietro Capanna è colto da infarto mentre si esibisce. Ricoverato, muore pochi giorni dopo, a soli 56 anni, lasciando dietro di sé non il solo repertorio delle sue strofe, pur cospicuo, ma un vero e proprio solco artistico, di cui in seguito seppero approfittare vari altri autori, alcuni dei quali poi divenuti a loro volta celebri.


1 aprile 2018

Superstizioni popolari: le streghe

Nel mondo di Roma sparita legato alle credenze popolari, al malocchio, alle superstizioni si temeva anche il potere delle  streghe..e soprattutto le loro fatture. 
Anticamente, tutte le volte che il papa pontificava a San Pietro o in qualche altra delle sette basiliche, mandava una maledizione speciale contro le streghe, gli stregoni e i fattucchieri.
Il testo della maledizione era scritto sopra un foglio di carta; e dopo averlo letto, il papa stracciava il foglio e lo buttava in chiesa in mezzo alla folla.
Si scatenava, come dire, l'inferno...(in chiesa!!). Infatti per impossessarsi di quei pezzi di carta il popolo faceva a spinte, a pugni, colpiva con i tuzzi (doppio colpo dato prima con le dita e poi col polso)..

Le leggende. Era diffusa anche a Roma sparita la credenza di Benevento  e del noce. Si credeva cioè che le streghe si radunassero il sabato a Benevento sotto un albero di Noce, divenuto famoso.
Leggenda molto antica e addirittura di epoca longobarda (VII secolo).   
Sotto il dominio del duca Romualdo era solito svolgersi un rito singolare nei pressi del fiume Sabato che i Longobardi celebravano in onore di Wotan, padre degli dei: veniva appesa, ad un albero sacro, la pelle di un caprone; i guerrieri si guadagnavano il favore del dio correndo freneticamente a cavallo attorno all'albero colpendo la pelle con le lance, con l'intento di strapparne brandelli che poi mangiavano. In questo rituale si può riconoscere la pratica del dio sacrificato e fatto a pezzi, che diviene pasto rituale dei fedeli. Le riunioni sotto il noce,  provengono quindi molto probabilmente da queste usanze longobarde.
Frans Hals,
 
Malle Babbe, la strega di Haarlem
Un altra leggenda vuole che le streghe, indistinguibili dalle altre donne di giorno, di notte si ungessero le ascelle (o il petto) con un unguento e spiccassero il volo pronunciando una frase magica, a cavallo di una scopa di saggina. Contemporaneamente le streghe diventavano incorporee, spiriti simili al vento: infatti le notti preferite per il volo erano quelle di tempesta. Si credeva inoltre che ci fosse un ponte in particolare dal quale le streghe beneventane erano solite lanciarsi in volo, il quale perciò prese il nome di ponte delle janare.
A Roma sparita poi, la strega si identificava con la suocera.

Comportamenti e proverbi per tenere lontane le streghe. Le comari romane stavano molto attente quando si pronunciava la parola strega
Infatti per non farle arrivare subito si dovevano incrociare le gambe perchè le streghe hanno paura della croce .
C'era anche un metodo più sbrigativo per tenerle lontane. Parlando delle streghe si doveva dire: «Oggi è sabato, a casa mia!» .
Il sabato le streghe non possono andare in giro  perchè si radunavano sotto alla Noce di Benevento; e dunque dicendo così si prendevano in giro.
Perchè il martedì e il venerdi non si può partire nè tantomeno sposarsi cone recita un  proverbio giunto sino a noi : Né di Venere , né di Marte non ci si sposa e non si parte.
Semplice per scongiurare il pericolo  di incontrarsi per la strada con le streghe in viaggio per Benevento, che avrebbero potuto fare una fattura o qualche brutto scherzo.  

La fattura.
Le streghe (P.Bruegel)
Le streghe si potevano nascondere quindi sotto la sembianza di qualunque donna. Un metodo suggerito dalle comari di Roma sparita per sapere chi aveva fatto la fattura era quello di mettere tutti gli abiti della persona stregata in un callaro, cioè di un  grosso paiolo di rame  pieno d’acqua e metterlo a bollire sul fuoco. Quando il callaro bolliva, come per magia la persona da cui era partita la fattura si sarebbe presentata a casa. 
Altro metodo era quello di prendere un piatto e buttarci dentro un pò d'acqua. Poi ci si doveva versare tre o quattro gocce d'olio. Se l'olio si spandeva era un segnale positivo, se invece l'olio non si spandeva era segno che la fattura era stata fatta. Ma come sappiamo tutti l'olio galleggia nell'acqua e non si mischia con essa!!!
Precauzioni contro le fatture.
Si doveva stare bene attenti ad alcuni elementi che servivano per fare le fatture. Soprattutto i capelli!!!
Quando ci si pettinava o ci si tagliava i capelli, si doveva infatti seguire qualche precauzione. Ci si doveva sputare tre volte sopra, oppure raccoglierli, buttarli nel gabinetto e pisciarci sopra. Per certe fatture bastava tenere sotto il letto un treppiede.

Il cuore. 
Le comari, e le lavandaie romane consideravano pericoloso trovare per terra un cuore con le spille appuntate. Fino a quando tutte le spille non si sarebbero consumate, sarebbero durate le pene delle persona cui si rivolgeva la fattura.
Pezzetto di pane. 
Un'altra fattura si faceva con l'ultimo pezzetto di pane che lasciava a tavola la persona che si voleva affatturare. Il pane infatti si doveva infilare in uno zeppo insieme a un rospo.
Il rospo, poveraccio, infilzato si sarebbe agitato, avrebbe cercato di rivoltarsi, riducendo il pane in briciole. Col pane si sarebbe alimentato, e  una volta finito sarebbe morto.  Così con lui sarebbe morta la persona affatturata.
Le fatture però valevano se fatte da streghe, stregoni e fattucchieri che avevano come Dio il demonio.
Calzette o pedalini. 
Si doveva prendere una calzetta o un pedalino (così si chiamano a Roma i calzini), indossato dalla persona  a cui si voleva fare una fattura. Si metteva in una vaschetta piena d'acqua e si lascia inzuppare di acqua (infracicare) .
Quando il pedalino o la calzetta si erano inzuppati al punto di cadere a pezzi, allora la persona che si voleva affatturare sarebbe morta. 

Il rospo sotto il mattone. Si doveva mettere un rospo sotto un mattone, e 
fargli mangiare i capelli della persona cui si voleva fare la fattura. 
Qunado il rospo aveva finito di mangiare i capelli, schiattava  e insieme a lui sarebbe morto la persona affatturata. 


venditori di lumache
a San Giovanni
La notte delle streghe a San Giovanni.  Il tema delle streghe ritorna in occasione del solstizio d'estate: il 24 giugno, festa di San Giovanni,  patrono  di Roma.  
La festa ha inizio la notte prima, la famosa « notte delle streghe»Religione e superstizione si intrecciavano in questo ricorrenza molto sentita dal popolo. 
E' la notte più breve dell'anno. Il 24 giugno infatti comincia l’estate è il solstizio d'estate, quando il sole raggiunge la sua massima inclinazione positiva rispetto all’equatore celeste, per poi riprendere il cammino inverso.  
Tutte le leggende si basano su questo evento considerato magico. 
Questo giorno era considerato sacro nelle tradizioni precristiane ed ancora oggi viene celebrato dalla religiosità popolare con una festa , il 24 giugno, quando nel calendario liturgico della Chiesa latina si ricorda la natività di San Giovanni Battista.
Secondo le tradizioni popolari, si credeva che le streghe in quella notte magica andassero in giro per la città a catturare le anime.
A Roma, ma anche in altre realtà locali, era festa grande. Si partiva  da tutti i rioni di Roma, al lume di torce e lanterne, e il popolo si concentrava a San Giovanni in Laterano per pregare il santo e per mangiare le lumache nelle osterie e nelle baracche.
Le lumache avevano un significato simbolico, poichè le loro corna rappresentavano discordie e preoccupazioni, quindi mangiarle significava distruggere le avversità.
E.F.Roesler, L'alba alla festa di san Giovanni.
L' imponente piazza si riempiva di tantissima gente, si mangiava e si beveva in abbondanza e soprattutto tanto rumore invadeva questi luoghi: trombe, trombette, campanacci, tamburelli e petardi di ogni tipo venivano suonati per impaurire le streghe, affinché non potessero cogliere le erbe utilizzate per i loro incantesimi.
Tutto questo baccano durava fino all'alba. Allora la festa si concludeva,  quando il papa si recava a San Giovanni per celebrare la messa, e dopo dalla loggia della basilica gettava monete d’oro e d’argento, scatenando così la folla presente.

28 marzo 2018

Il precetto pasquale ovvero come il parroco controlla chi non si confessa e non fa la comunione...


Quando arrivava la santa Pasqua a Roma sparita  era obbligatoria l’osservanza del precetto pasquale.
Almeno una volta l’anno e precisamente nel periodo pasqualedalla domenica delle Palme alla domenica in Albis, tutti i fedeli cristiani erano tenuti a confessarsi e a prendere l'ostia benedetta, solo nella parrocchia di appartenenza.  
Il precetto pasquale, cioè la confessione e comunione 
obbligatoria per tutti i cattolici, a Pasqua era imposto come un dovere morale, anzi un obbligo giuridico, dalla Chiesa.
Per agevolare tutti, il parroco amministrava  continuamente, ed in tutte le ore della mattina, la comunione ai suoi parrocchiani.
Chi non si confessava e comunicava  almeno una volta all'anno sarebbe incorso nella pena dell’interdetto cioè l'impossibilità da vivi di entrare in  chiesa e da morti della privazione della sepoltura ecclesiastica. 

I parroci controllavano i parrocchiani tramite la distribuzione di biglietti
Responsabili di questa, come dire, operazione precetto pasquale erano i tanti parroci di Roma sparita
Proprio perché conoscevano bene le anime della loro parrocchiaera compito loro controllare capillarmente se tutti si comportavano da buoni cristiani.  
E così erano gli stessi parroci che facevano consegnare dal sagrestano ad ogni parrocchianoal momento di prendere il sacramento, un biglietto che valeva da attestato del precetto rispettato… 
Poi terminato il periodo pasquale, giravano  a raccogliere per le case
Certificato di avvenuta confessione
del precetto pasquale
Parrocchia di S.Caterina della Rota (1861)
questi biglietti, che i parrocchiani avrebbero dovuto gelosamente custodire. 
 
Figuriamoci gli imbrogli, le false giustificazioni, le astuzie e i trucchi di ogni tipo a cui dava luogo questo sistema "fiscale".  
Proprio per controllare  i parrocchiani, che volevano fare i furbi, a Roma sparita (ma anche nelle altre province dello stato pontificio vigeva lo stesso regime) nessuno poteva confessarsi e comunicarsi in altro luogo se non nella propria parrocchia, né si potevano presentare attestati di altri parroci. E tutti quelli che si confessavano e comunicavano solo a Pasqua erano detto pasqualini.


Raccolta dei biglietti e guai per chi non lo aveva Finita la pasqua, durante la quaresima erano sempre i parroci che stendevano uno Stato delle anime, relativo alla loro parrocchia
Comunione 
degli apostoli
Recandosi personalmente in case, osterie, botteghe e locande, controllavano così che tutti i romani adulti e battezzati, ad eccezione dei pubblici peccatori, si confessassero e ricevessero la comunione. Si trattava in sostanza di un registro in cui venivano scritti i dati anagrafici e religiosi dei parrocchiani. Questi censimenti ante litteram, sia pure molto imprecisi e redatti con finalità di controllo della popolazione, rappresentano una preziosa fonte per conoscere il numero e la composizione degli abitanti della Roma pontificia.  
C'era comunque, anche dopo pasqua, la possibilità di salvarsi in extremis...  
Terminato però anche il periodo di proroga, il giorno dopo la pentecoste (cioè cinquanta giorni dopo Pasqua) ogni parroco inviava una lista con i nomi degli inadempienti al Vicariato.
Però, poichè spesso i parroci erano corrotti, il criterio seguito nello stendere la lista era lacunoso. Nell'elenco infatti si trovavano esclusivamente nomi di povera gente,  e nel caso in cui il parroco fosse stato onesto e avesse messo nella lista anche i trasgressori, cioè i ricchi, i nobili  allora ci pensava addirittura il potente cardinal Vicario a cancellarli con un colpo di spugna dalla lista.

Il tribunale del Vicario si occupa degli inadempienti. La fase successiva prevedeva che i parrocchiani disobbedienti venissero invitati, entro i seguenti 12 giorni a presentarsi al tribunale del Vicariato per giustificare il loro comportamento, in caso contrario si sarebbe proceduto all'interdetto.
Il potere religioso così andava a braccetto co quello giudiziario. 
Infatti tutta questo sistema, che partiva nelle chiese, era poi seguita dal tribunale del Vicario, che, in conclusione, si interessava di stendere un listone degli scomunicati e di farlo affiggere nel portico della chiesa di san Bartolomeo all'isola, il 25 agosto.
A. Pinelli, Chiesa di  
San Bartolomeo all'Isola
Questo è solo uno dei casi significativi di come i preti nella Roma sparita  entravano pesantemente nella sfera privata del popolo povero, ignorante, superstizioso, affamato, e timoroso dell'autorità che circondava la figura del parroco. Costui proprio grazie a questi metodi esercitava un potere capillare sulle anime a lui affidate.

Imbrogli per il biglietto
Questo sistema a Roma sparita 
nascondeva imbrogli, trucchi, falsificazioni come già detto prima. 
Lo racconta Giggi Zanazzo, e prima di lui il Poeta Giuseppe Gioachino Belli
Entrambi infatti  denunciano la corruzione dei preti, nonchè del sistema più in generale di far finire nelle  liste solo i poveracci, che non avendo soldi, non potevano pagare nessuna elemosina per comprarsi un biglietto. La denuncia comprendeva poi anche il fiorente commercio di biglietti che passavano facilmente di mano in mano (vedi la poesia di G.G. Belli Li Chìrichi).